ultimo aggiornamento
8 Giugno 2009
organo del partito
comunista internazionale
IL PROGRAMMA COMUNISTA
Redazione: Casella Postale 962
20101 Milano
tutta la corrispondenza va inviata a: il programma comunista, casella postale 962, 20101 Milano


Il proletariato
torni a far sentire
la propria voce


Le vicende degli ultimi mesi – il susseguirsi d’incontri “ad alto livello” (?) conclusisi con un nulla di fatto, l’alternarsi di previsioni e valutazioni da parte degli “esperti” (?) per lo più in contrasto fra loro – dimostrano una volta di più che il modo di produzione capitalistico annaspa dentro una crisi profonda che è assolutamente incapace di comprendere, gestire e risolvere. Dagli Stati Uniti all’Europa, dalla Cina al Giappone e all’India, tutti i capitalismi nazionali boccheggiano: la crisi di sovrapproduzione di merci e capitali, apertasi a metà anni ’70 e via via approfonditasi nei decenni successivi nonostante tutti i tentativi di alleviarla (tentativi che, anzi, non hanno fatto che aggravarla, creando una sequenza impressionante di “bolle” con relativa, inevitabile esplosione), picchia duro ovunque, e a “rassicurare i mercati” non bastano certo le parole facilmente ottimistiche di quanti prevedono per il 2010 la fine del travaglio. Intanto, tutte le borghesie nazionali sono impegnate in un selvaggio programma di riorganizzazione e centralizzazione: le vicende FIATChrysler-Opel, comunque si concludano (e, qui a fianco, vi dedichiamo un articolo specifico), non fanno che confermare la lettura marxista della fase imperialista e della (vana) risposta del capitale alle proprie crisi – concentrazione, eliminazione di rami secchi e concorrenti decotti, ristrutturazioni, più acuta competizione sui mercati, creazioni di ulteriori bolle ancor più gigantesche (la prossima sarà dunque quella delle carte di credito e poi quella del debito pubblico, gonfiatosi ancor più a dismisura nel tentativo di contenere gli effetti dell’esplosione della “bolla immobiliare”?). E – sul piano sociale – licenziamenti a catena, eliminazione delle “garanzie” conquistate in decenni di lotte, repressione delle più piccole reazioni proletarie: se infatti il capitalismo è impotente a comprendere, gestire e risolvere le proprie crisi (e due secoli di storia sono lì a dimostrarlo, fatti alla mano e drammaticamente), la borghesia ha comunque la memoria lunga, sa come prepararsi agli sviluppi inevitabili delle proprie crisi.
Intanto, la condizione proletaria peggiora ovunque, di mese in mese, e – sia pure non con una linea retta, con un procedere meccanico – è destinata a peggiorare sempre più. La dimensione dello sconquasso sociale che si prepara, di qua e di là dell’Atlantico, di qua e di là del Pacifico, è gigantesca, e bisogna imparare a riconoscerla e ad affrontarla a viso aperto. Le reazioni proletarie all’aggravamento delle condizioni di vita e lavoro sono state finora tiepide e disperse. Grava sul proletariato mondiale una sconfitta cocente subita sull’arco di ormai quasi novant’anni; ma gravano anche le pratiche controrivoluzionarie, disgregatrici, dell’opportunismo politico e sindacale, che soprattutto nel secondo dopoguerra hanno agito per legare mani e piedi il proletariato al carro delle rispettive borghesie, illudendolo che i miglioramenti (o, nel caso, la salvezza) dell’economia nazionale fossero diretti interessi del lavoratore, della sua famiglia, dei suoi colleghi di lavoro – fabbrica per fabbrica, ufficio per ufficio, livello per livello, regione per regione... Così, ora hanno il sopravvento lo sconcerto e la paura, l’illusione che – passata la burrasca – torni il sereno e che quindi convenga star zitti e buoni, e aspettare, pazientare ancora, stringere un altro po’ la cinghia; e intanto magari prendersela con il “piccolo nemico” (l’immigrato, il diverso, il clandestino, l’attaccabrighe), in attesa di prendersela poi con il futuro “nemico della patria”. Eppure, risposte non sono mancate: c’è stata la fiammata di Guadalupe, dove i proletari sono scesi in piazza e per giorni si sono scontrati con le forze dell’ordine, con metodi e obiettivi squisitamente classisti; ci sono stati, in Francia e Belgio, gli episodi di sequestri di manager, espressione di una rabbia ed esasperazione ancora a livello immediato e istintivo; ci sono stati, ancora in Francia, i casi ben più interessanti (perché vanno nella giusta direzione classista) dei ripetuti blocchi dell’energia di fronte alle minacce di licenziamento; ci sono stati, in Italia, episodi circoscritti di lotte che hanno visto in prima linea i proletari immigrati e la contestazione del bonzume sindacale da parte degli operai FIAT alla manifestazione di Torino a metà maggio... Si tratta ancora di una risposta debole, isolata, effimera, circoscritta: ma quanto importante! Solo degli inguaribili illusi, degli idealisti anti-marxisti, possono pensare che, da quei novant’anni di controrivoluzione, si possa uscire di colpo e in maniera lineare, piana e progressiva. Il processo sarà complicato, contorto, difficile, perché non c’è nulla di meccanico e automatico nella crisi e nei suoi effetti a breve e lunga scadenza.

[...] continua ne il programma comunista n.3/2009


Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista)