ultimo aggiornamento
30 Gennaio 2010
organo del partito
comunista internazionale
IL PROGRAMMA COMUNISTA
Redazione: Casella Postale 962
20101 Milano
tutta la corrispondenza va inviata a: il programma comunista, casella postale 962, 20101 Milano


Il fallimento del capitalismo
(e di tutte le illusioni di riformarlo)


Una serie di fatti recenti, sgranati lungo l’arco dei mesi e delle settimane tra 2009 e 2010, proclama una volta di più il fallimento del capitalismo e di tutte le ideologie che vorrebbero riformarlo, renderlo più umano e sostenibile, sempre (per carità!) conservandolo in vita. Lasciamo per il momento da parte (perché ne abbiamo già scritto e ancora ne scriveremo) l’evolvere della crisi economica, ben lungi dall’essersi conclusa come vorrebbero gli “esperti” borghesi, e il progressivo e sotterraneo gonfiarsi di altre bolle mostruose (dal debito pubblico ai futures, dalle materie prime ai credit default swaps, dai fondi sovrani ai titoli tossici ancora abbondantemente circolanti), che non tarderanno ad esplodere con effetti ancor più distruttivi di quelli che hanno caratterizzato il 2008-2009. Soffermiamoci invece in particolare su alcuni altri aspetti.
Innanzitutto, è evidente l’incapacità politica di tutti i governi (di destra, di “sinistra”, di centro, in questo o quel paese) di far fronte alla crisi. Tutte le misure adottate – negli USA come in Cina, in Gran Bretagna come in Italia, ecc. – sono solo momentanei palliativi, e in realtà non fanno altro che accumulare ulteriore materiale esplosivo, limitandosi a spingere appena più in là nel tempo, e solo in qualche modo, la conflagrazione. Su questo scenario, è sempre più evidente l’affanno dell’imperialismo tuttora dominante ma da tempo in declino (quello USA), incalzato sia dai suoi concorrenti diretti (una Cina sgradevolmente necessaria, un’India che fa da terzo incomodo, una Germania che stringe accordi con la Francia a ovest e con la Russia a est, un Giappone intento a leccarsi le ferite dei propri disastri economici... ) sia da una disastrosa situazione interna che s’avvia a replicare la Grande Depressione degli anni ’30 (fallimento ormai di più di 140 banche, disoccupazione intorno al 10% ufficiale e al 17% reale, debito pubblico stratosferico, una riforma sanitaria destinata a rivelarsi altro fumo negli occhi per milioni di americani senza risorse... ). Dal canto loro, i concorrenti diretti degli USA in Asia ed Europa, sebbene abbiano momentaneamente reagito appena un po’ meglio degli altri alla crisi, procedono comunque a ritmi molto inferiori a quelli esaltati negli anni trascorsi, e sono comunque legati a filo doppio – in una dialettica che gli “esperti” borghesi non possono assolutamente vedere e comprendere – a una situazione che non conosce né compartimenti stagni né isole felici.
Quanto all’Europa, essa dimostra in maniera sempre più evidente il fallimento totale di ogni reale e credibile prospettiva di integrazione e creazione di un polo in grado di resistere alle “macchine da guerra” messe in campo dagli imperialismi più forti, nei confronti dei quali è il classico vaso di coccio tra i vasi di ferro. Come entità economica e politica a sé stante, l’Europa infatti non esiste né potrà mai esistere, e non è certo bastata l’introduzione dell’euro come moneta unica a far uscire il coniglio europeo dal cappello del capitalismo mondiale. Già Lenin, nel 1915, dichiarava senza mezzi termini che “Dal punto di vista delle condizioni economiche dell’imperialismo, ossia dell’esportazione del capitale e della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali ‘progredite’ e ‘civili’, gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari” 1. Da allora, l’imperialismo ha compiuto passi da gigante (soprattutto grazie a due guerre mondiali!) nel superamento della fase “puramente” coloniale della spartizione del mondo: a maggior ragione, la prospettiva degli “Stati Uniti d’Europa” risulta “o impossibile o reazionaria”. Impossibile, perché – come ancora Lenin ricordava – in regime capitalistico non si può spartire il mondo, od organizzarne la spartizione, “se non ‘secondo la forza’” (dunque, attraverso lo scontro armato fra capitalismi necessariamente in concorrenza), “non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico, né delle singole aziende né dei singoli Stati. [...] non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, all’infuori della crisi nell’industria e della guerra nella politica” 2. Reazionaria, perché essa equivarrebbe se mai a un accordo temporaneo tra alcuni paesi, volto a contrastare l’ascesa di altre potenze economiche (preparando dunque conflitti di vasta portata), ma soprattutto a “schiacciare tutti insieme il socialismo in Europa” – dunque, con funzione apertamente anti-proletaria e contro-rivoluzionaria.
Gli Stati Uniti d’Europa, l’Europa Unita, l’Unione Europea, “la pacifica federazione dei tanti storici Stati, così vari e diversi nelle loro vicende e nelle loro strutture, in continuo conflitto da secoli, sotto il reggimento feudale come sotto quello borghese, nel clima del dispotismo come in quello della democrazia elettiva”, sono dunque (come scrivevamo nel 1950 su quella che era allora la nostra rivista teorica) “un miraggio” 3 – un miraggio che nasconde la vera natura di quell’eventuale “accordo temporaneo”, che droga una piccola borghesia sempre pronta a farsi prendere per il naso e che mira essenzialmente a paralizzare il proletariato, se non con le idee, con l’aperta violenza poliziesca e repressiva – questa sì, unita. [...] continua ne il programma comunista n.1/2010



Partito Comunista Internazionale
(il programma comunista)


[1] Lenin, “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa” (1915), in Opere scelte, Vol. II, pp.412-413.
[2] Idem, p.413, 414.
[3] “United States of Europa”, Prometeo, n.14, 1950.