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In fuga da miseria, guerre, oppressione, e tutte le belle eredità del passato coloniale e del presente imperialista, caricati come bestie sui barconi dei mercanti di carne umana, sopravvissuti a odissee di mare e di terra, passati attraverso i lager dei “centri d’accoglienza” (!), smistati più o meno clandestinamente (e più spesso con promesse di regolarizzazione mai mantenute) in tutti quei luoghi e settori economici in cui è richiesta manodopera a buon mercato per i buoni affari di proprietari, affaristi, imprenditori, padroni e padroncini, appaltatori, caporali, magnaccia, spacciatori, piccoli e grandi estorsori di pluslavoro legale e illegale (il variegato mondo del capitale), sfruttati nei campi a 20 euro il giorno per 15-16 ore di lavoro per tre-quattro giorni la settimana, costretti in fetide baracche, fabbriche dismesse, tuguri rivoltanti... E, in più, bersaglio del più becero razzismo di ragazzotti in cerca di emozioni, di gentaglia vittima essa stessa dello sfruttamento ma incapace di comprenderlo, del ringhioso piccolo-borghese che si sente accerchiato ma è troppo stupido e drogato dai media per capirne la ragione, della incessante e crescente repressione statale e della persecuzione delle bande criminali più o meno prezzolate... Questa la radiografia della condizione dei proletari immigrati di Rosarno (come, ieri, di Villa Literno o di Castel Volturno, e come, sempre, di qualunque luogo nel mondo – Italia, Francia, Inghilterra, Stati Uniti...). Presi a fucilate da qualche mascalzone, si sono ribellati alle persecuzioni continue e hanno dimostrato che, “se si deve morire, che non sia come porci, chiusi in un angolo”. Hanno dato battaglia, istintivamente; hanno infranto quella schifosa, soffocante legalità che finge che tutto vada bene, finché la pentola non si scoperchia. Non sono saliti su tetti o ciminiere per rendersi visibili all’opinione pubblica, ma sono scesi in strada; sì, si sono rivoltati, rabbiosamente, ferocemente, indifferenti alle leggi supreme (e castranti) della democrazia e della non-violenza. Come hanno sempre fatto e sempre faranno gli oppressi, quando il livello di sopportazione giunge al limite.
S’è scatenato il finimondo, nel bel paese del capitale: e i bravi cittadini, rispettosi dell’ordine e della legge, si sono trasformati in squadracce fasciste “a caccia del negro”. L’esito era, in questa situazione, scontato: intervento delle forze dell’ordine, interrogazioni parlamentari, blitz, sgombero ed espulsione. Non ci sorprende: la legge e l’ordine, chiunque li imponga (lo Stato con i suoi sgherri, i suoi preti e i suoi politici; i cittadini benpensanti che, invece delle croci incendiate del Ku Klux Klan, espongono le teste mozzate dei vitelli...), sono dalla parte del padronato e del capitale, del variegato mondo di cui si diceva sopra.
Infiltrazioni della ‘ndrangheta? Provocazioni? Esasperazione montata ad arte? Non c’interessa. Da sempre, il potere del capitale s’è servito di tutte le bande, legali e illegali, per far sentire (concretamente, fisicamente, nella carne viva) il proprio peso sul proletariato, e in primo luogo sui suoi settori più deboli, ricattabili, isolati. Da sempre, il capitalismo divide e comanda, crea sacche di proletariato su cui riversare l’odio e il rancore, da additare come “il nemico in casa nostra” – gli irlandesi nell’Inghilterra della rivoluzione industriale, gli ex-schiavi neri e i loro discendenti negli Stati Uniti culla di democrazia... Da sempre, il capitalismo ha sfruttato le appartenenze etniche, linguistiche, culturali, religiose, per opprimere e mettere proletari contro proletari, per evitare che settori diversi del proletariato mondiale si fondessero in un unico fronte di lotta, in grado di far saltare una buona volta, sotto la direzione rivoluzionaria dei comunisti, questo lercio mondo di affaristi e profittatori, sfruttatori e canaglie di ogni risma. Quelle che i sociologi chiamano, nel loro linguaggio asettico, “sostituzioni etniche” hanno sempre funzionato in questo modo: negli Stati Uniti (che, essendo l’imperialismo più potente, è lo specchio in cui ci si può riconoscere), dopo la volta dei proletari irlandesi a metà ‘800, è stata la volta dei proletari italiani, e poi di quelli ebrei e cinesi e messicani e portoricani, fino a oggi – nei medesimi settori economici, e spesso nel giro di poche settimane: via gli uni (a calci e a fucilate), dentro gli altri (pronti per altri calci e altre fucilate)...
A Rosarno e dintorni, è successo qualcosa di simile: la crisi colpisce anche le campagne, non solo le città, e così la manodopera tenuta in condizioni di semi-schiavitù va comunque ridotta e ridimensionata (oltre che terrorizzata, che va sempre bene!), utilizzando tutti i mezzi: le schioppettate nella notte, l’“indignazione cittadina”, la “rabbia popolana”, Maroni e gli sbirri. Dopo i “negri”, pare che verranno i rumeni (i “diavoli” di qualche mese fa), perché comunque i mandarini vanno raccolti e, a 20 euro il giorno, i cittadini benpensanti si guardano bene dal farlo... Insomma, i proletari immigrati (clandestini e non) sono stati licenziati, e altri verranno fatti venire, ancor più ricattabili e a condizioni ancor più disumane. I proletari “indigeni” ci riflettano bene, perché è la stessa sorte che toccherà loro quando sarà giunto il momento di sbatter fuori – con decisione e senza indugi, con rapidità e senza ammortizzatori sociali – la manodopera eccedente, in un mercato in crisi di sovrapproduzione. Le fabbriche di Pomigliano d’Arco, Termini Imerese, Porto Vesme, e di tutti gli altri luoghi in cui si strappa il tessuto del lavorare capitalistico, non sono così lontani dai campi di Rosarno, Villa Literno, Castel Volturno...
I proletari di Rosarno l’hanno urlato: i problemi sono gli stessi, urge che anche le risposte siano le stesse – fronte unico proletario, difesa intransigente delle proprie condizioni di vita e di lavoro, consapevolezza che nel regime del capitale non può esserci vita degna d’essere vissuta, volontà di combattere questo regime fino a distruggerlo. E soprattutto, perché tutto ciò non rimanga vuota parola, riconoscimento della necessità urgente del radicamento e dell’estensione del partito comunista internazionale.
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Sì allo sciopero generale dei proletari di ogni origine, località, categoria!
No allo sciopero dei soli “lavoratori immigrati”!
Da più parti, in queste ultime settimane, in Francia, in Italia e altrove, viene lanciata la proposta di uno “sciopero dei lavoratori immigrati”, che vorrebbe essere anche una risposta ai recenti, ripetuti episodi di persecuzione nei loro confronti (l’embrione di tristemente famosi pogrom di un passato non poi così lontano).
Noi comunisti non siamo d’accordo. La crisi economica, che è ben lontana dall’essersi conclusa come vorrebbero politici e gazzettieri e che anzi conoscerà ulteriori accelerazioni drammatiche, gonfia a dismisura il mondo dei senza lavoro, peggiora via via le condizioni di vita dei proletari, sottopone chi il lavoro ancora ce l’ha a ritmi massacranti con la minaccia di perderlo da un giorno all’altro. E colpisce via via tutti, se non oggi, domani: lavoratori di ogni settore, di ogni età, di ogni sesso – e di ogni origine geografica. Obbedendo servilmente a ogni diktat del capitale, la pratica disastrosa dell’opportunismo politico e sindacale, sviluppatasi attraverso decenni e decenni di tradimenti e abbandoni, inganni e voltafaccia, ha sempre più isolato e rinchiuso i proletari dentro alle categorie, alle aziende, alle località, alle gabbie salariali, ai livelli contrattuali, alle mille trappole di un mondo del lavoro che, per rispondere alla crisi economica, ha progettato e introdotto ogni genere di segmentazione, frantumazione, precarietà.
Per essere vincente anche solo nell’immediato, la risposta può solo essere la ripresa della lotta di classe aperta e intransigente, e insofferente di ogni separazione e ghettizzazione, di ogni divisione all’interno di quell’enorme esercito che non fa che gonfiarsi a dismisura mentre procede la crisi e che si chiama proletariato mondiale. Lanciare la parola d’ordine dello “sciopero dei lavoratori immigrati” vuol dire procedere lungo la strada del tradimento. Non di uno sciopero settoriale hanno bisogno oggi i proletari, non di un’ennesima segmentazione al loro interno. Hanno bisogno di azioni di sciopero le più estese nel tempo e nello spazio, che coinvolgano ogni settore del proletariato sfruttato, attaccato, represso e diviso. Hanno bisogno di ritrovare nei fatti il senso della propria forza collettiva, di sentire e far sentire che “un’offesa a uno è un’offesa a tutti”, di stringersi insieme in un fronte unico di lotta – perché è così che si fa tremare il mondo del capitale.
Basta con i tradimenti, basta con gli inganni! Noi comunisti siamo a fianco dei proletari di ogni origine, età, categoria, sesso, località, che rifiutano le divisioni, le strategie dilatorie, gli appelli al buon cuore e alla pacifica convivenza, e che tornano a sentirsi parte di quell’unico esercito nella lotta quotidiana contro il padronato, contro il capitale, contro lo Stato che li rappresenta e li difende.
Partito Comunista
Internazionale
(il programma comunista)
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