Il
nostro nome è il nostro programma
"Partito
Comunista Internazionale?", dirà qualcuno con
un misto d'incredulità e ironia. "Ma che? I partiti
han fatto bancarotta, il comunismo è morto, s'è
riaperta l'era dei nazionalismi, e questi si chiamano Partito
Comunista Internazionale! Ma dove vivono?!" Stia tranquillo
il nostro interlocutore: sappiamo benissimo dove e in che
epoca viviamo, e proprio per questo ci chiamiamo così.
Prima d'ogni altra cosa, proviamo allora a sgombrare il campo
da questi equivoci.
Partito?
Sì, ci proclamiamo "partito", ribadiamo con
forza la necessità del partito. L'ideologia dominante
(quella del capitale e di chi lo tiene in piedi: politici,
economisti, intellettuali, sindacalisti, poliziotti d'ogni
tipo) vorrebbe ridurci a tanti individui isolati e incapaci
di guardare oltre i confini del loro io, paralizzati dagli
incubi di cui è pieno il mondo contemporaneo, istupiditi
da mass media che non vedono il fondo quanto a oscenità
e vuotezza, rassegnati e pronti alla resa (oppure letteralmente
drogati dal mito che l'individuo può tutto, sol che
voglia, sappia, legga, s'informi", mentre l'individuo
nel regno del capitale è appunto quanto di più
indifeso e vulnerabile ci si possa immaginare, autentica preda
di meccanismi di cui gli sfugge il funzionamento).
D'altra parte, la classe dominante i suoi partiti li ha, ciascuno
rispondente ai tanti interessi in competizione che caratterizzano
il capitalismo. E quando ne ha davvero bisogno, è ben
capace di arrivare al "partito unico", strumento
esplicito e diretto del suo dominio di classe, e di irreggimentare
in esso gli individui abbandonati a se stessi e ridotti a
tante molecole impotenti. Perché mai, allora, il proletariato
non dovrebbe avere il suo partito? Perché mai dovremmo
dare una mano alla classe dominante in quest'opera di disgregazione,
abbandono e assoggettamento, accettando di buon grado l'idea
che "i partiti hanno fatto il loro tempo Saremmo imbecilli
criminali.
Noi diciamo invece che la classe operaia ha bisogno del partito
proprio per reagire all'opera di frantumazione condotta dalla
classe dominante, proprio per rispondere ai partiti dell'ordine,
della patria, della normalizzazione, della guerra. Ha bisogno,
però, di un partito che rappresenti i suoi interessi
storici, che l'aiuti a riconquistare quell'unità e
identità necessarie oggi per difendersi e domani per
contrattaccare, che costituisca un punto di riferimento stabile
e riconoscibile, che si fondi su un solido bagaglio teorico,
su un programma chiaro a tutti, su un'esperienza storica pluridecennale,
su una disciplina interna dettata non da uno stupido caporalismo
o da un cieco fideismo ma dalla consapevolezza da parte di
tutti i militanti di contribuire a una causa comune, senza
miraggi di medaglie e celebrità, privilegi e posti
da onorevole.
É vero: di questi tempi, i partiti non godono di buona
salute. C'è quello che scompare dalla scena e quello
che si ribattezza, quello che affonda con il suo capo e quello
che cambia camicia e pantaloni. Ma non è la "forma-partito"
che ha fatto bancarotta, come vorrebbero tutti i sostenitori
di non meglio definite "alleanze, movimenti, club, leghe"
(che poi o finiscono tutti per agire ugualmente da partiti
nel senso tradizionale o, non volendo farlo, dimostrano la
propria totale incapacità di agire). A far bancarotta
sono stati i programmi politici di partiti che guardavano
all'uno o all'altro blocco imperialista come ad altrettanti
modelli cui i spirarsi: quello occidentale sotto l'ombrello
USA, quello orientale sotto l'ombrello URSS (con i vari ombrellini
cinesi, albanesi, cubani, etc.). E che a quei modelli hanno
subordinato in tutto e per tutto la propria politica, la propria
strategia, la propria tattica.
La
crisi economica apertasi nel 1975 (con la sua tragica coda
di eventi recenti: instabilità sociale, disoccupazione,
razzismo, guerre) ha macinato sicurezze, garanzie, posti di
lavoro, serenità nel presente, fiducia nel futuro.
Il mondo intero è in convulsione, i punti di riferimento
si sono dissolti nel nulla, le abitudini che hanno retto e
condizionato il modo di vivere di almeno due generazioni sono
state scosse fin nelle fondamenta, e tutti i commentatori
sono concordi nel riconoscere che a regnare oggi è
la più grande incertezza. In questa situazione sempre
più drammatica, c'è chi vorrebbe ancor più
affondare (e far affondare) nella palude del disorientamento
proclamando che "il tempo dei partiti è finito"!
Comunista?
Sì. ci dichiariamo "comunisti", e ribadiamo
con forza la necessità del comunismo. E un cardine
della teoria marxista il concetto che tutti i sistemi sociali
divisi in classi raggiungono a un certo punto uno stadio in
cui lo sviluppo delle forze produttive entra in violenta contraddizione
con le forme della vita associata prodotte da quel sistema:
la conseguenza è una perenne instabilità, una
degenerazione acuta della vita sociale in tutti i suoi aspetti
(delinquenza, droga, infelicità, distruzione dell'ambiente,
violenza tra gli individui e i gruppi sociali), cicli di crisi
economiche sempre più ravvicinate, estese e profonde,
guerre che dalla periferia convergono verso il centro fino
a sfociare in devastanti conflitti mondiali. Il sistema gira
a vuoto, è intasato da merci che non riesce a smaltire,
non ce la fa a riassorbire i milioni di disoccupati che ha
prodotto, e cerca di uscire dall'impasse nell'unico modo che
conosce: distruggendo a più non posso tutto quanto
esiste in sovrappiù. Dopodiché, il girone infernale
potrà riprendere con rinnovata aggressività,
con accresciute potenzialità distruttive.
Da
tempo, ormai, il sistema capitalistico ha toccato lo stadio
in cui dal punto di vista del progresso dell'umanità
- la sua storia è destinata a essere solo negativa.
Da tempo, dunque, è attuale la necessità (oggettiva,
non soggettiva; materiale, non morale) che a esso subentri
un sistema economico e sociale diverso - un sistema che, fondandosi
sull'elevatissimo livello raggiunto dalle forze produttive,
le liberi però da quei vincoli che le rendono distruttive,
le indirizzi verso finalità che non siano quelle della
corsa al profitto, della competizione di tutti contro tutti,
di un mercato che è strutturalmente (geneticamente!)
pazzo.
"Già,
bei risultati, quelli del comunismo sovietico! ", commenterà
il nostro interlocutore. L'obiezione non ci fa né caldo
né freddo, per la semplice ragione che non abbiamo
mai considerato "comunismo" quello che vigeva in
URSS (come in Cina, in Albania, in Jugoslavia, a Cuba: insomma,
il cosiddetto "socialismo reale"). "Facile
dirlo adesso!", interromperà l'interlocutore.
No: non da adesso lo sosteniamo, ma dalla metà degli
anni '20, quando la nostra corrente si è apertamente
scontrata con il nascente stalinismo, individuando in esso
non una variante del comunismo, ma la sua negazione: vale
a dire, la forma moderna della controrivoluzione. In URSS
e in tutti i paesi a cosiddetto "socialismo reale",
non c'era un grammo di socialismo o comunismo. In tutti vigevano
forme più o meno sviluppate, più o meno complete,
di capitalismo di Stato. Di capitalismo, dunque, e non di
socialismo o comunismo - il che si rifletteva poi internazionalmente
nei programmi dei partiti pseudo-comunisti di matrice, staliniana:
tutti intonati al mito della democrazia "popolare"
e più o meno progressista, tutti con gli occhi fissi
alle riforme, al parlamento, su su fino alla collaborazione
governativa. Ed è intorno a questa analisi (un lavoro
enorme di decenni, fatto di studi e di lotta, in solitudine
e controcorrente, quando affermare cose del genere significava
essere bollati come "fascisti", "agenti della
Gestapo", "pagati dalla CIA"!) che la nostra
corrente si è stretta e ha saputo resistere: contro
l'inganno stalinista e contro le terrificanti conseguenze
di quell'inganno, di cui oggi, in tutto il mondo (Jugoslavia,
in primis!), vediamo gli effetti tragici e disastrosi.
Per
questo, non abbiamo alcuna difficoltà (anzi, proviamo
un grande orgoglio) a definirci comunisti, oggi come ieri
come domani. Chi non capisce questo, chi è convinto
che si sia "chiusa l'era del comunismo", è,
volente o nolente, l'ultimo... stalinista sulla faccia della
terra, perché si ostina a considerare comunismo il
capitalismo in larga misura di Stato che vigeva nei paesi
dell'Est e che, esaurito il proprio compito di accumulazione
originaria, sta cercando di travasarsi in forme e strutture
economiche più elastiche, anche per far fronte alla
devastante crisi economica mondiale iniziata a metà
anni '70. La necessità del comunismo, invece, si fa
sentire in Jugoslavia come in Rwanda, a Los Angeles come a
Mosca o Parigi, in Afghanistan come in Italia; nelle metropoli
intrise di miseria, inquinamento e violenza, come nelle campagne
avvelenate da scarichi e pesticidi; nei centri di ricerca
medica, fisica, chimica dominati dall'imperativo categorico
del profitto, come nelle fabbriche del Primo, Secondo, Terzo
Mondo in cui si spreme pluslavoro in maniera sempre più
feroce; nelle foreste amazzoniche divorate dall'avanzare della
macchina capitalistica come nelle lande africane prosciugate
dalla ricerca del petrolio o dalle esigenze della monocoltura
che rende al momento di più...
Internazionale?
Sì, ci dichiariamo "internazionalisti", e
ribadiamo con forza la necessità dell'internazionalismo
e di un'organizzazione e strategia internazionali. Non solo
perché, fin dalla nascita, il comunismo è internazionale
e internazionalista (e non può essere altro). Ma anche
perché, ancora una volta, è la realtà
stessa a indicare la via. Nel corso d'un secolo, si è
assistito all'impressionante diffusione del sistema capitalistico
in ogni angolo della terra. Come Marx aveva perfettamente
previsto, il capitale ha sottomesso a sé anche le più
lontane aree del pianeta, avvolgendolo in una trama strettissima
ed efficientissima di relazioni economiche, politiche, culturali,
informatiche. Il processo, così splendidamente descritto
nel Manifesto del partito comunista del 1848, ha valicato
i confini dell'Europa e dell'America e ha travolto Asia, America
Latina, Africa, sottoponendole alle proprie leggi ferree e
spietate. Quello del capitale è un sistema economico
mondiale: è esso stesso ad aver creato le basi di un
organizzazione mondiale della vita e delle collettività
umane.
Al
contempo, la competizione tra le borghesie nazionali ha raggiunto
livelli acutissimi, che già prefigurano gli schieramenti
di una futura guerra mondiale: la guerra commerciale tra Stati
Uniti da una parte e Germania e Giappone dall'altra è
da anni all'ordine del giorno, con gli altri paesi altamente
industrializzati impegnati a trovare una propria collocazione
all'interno di questo scontro; la guerra guerreggiata per
il controllo delle materie prime e delle grandi vie commerciali
è già in corso nelle periferie ormai vicine
del capitalismo altamente sviluppato (e questo spiega la Guerra
del Golfo, la Somalia, il Rwanda, la totale instabilità
dell'Africa e del Medio Oriente, la tragedia jugoslava: altro
che guerre di etnie e religione!) - una situazione resa ancor
più caotica e drammatica dal crollo del blocco dell'Est
con l'esplodere di conflitti locali d'inaudita violenza. Il
mondo borghese oscilla dunque sempre più tra la dimensione
mondiale del mercato come espressione della fase imperialistica
del capitalismo e l'esplodere di localismi e nazionalismi
come riflesso della competizione e della corsa al profitto,
specie in un'epoca di crisi acuta quale è quella che
si trascina ormai da più di quindici anni tra alti
e bassi, fasi di crollo verticale e momenti di timida ma ingannevole
ripresa.
É
evidente allora che l'unica via d'uscita dalla retorica patriottarda,
dall'ottusità localista, dalla barbarie nazionalista,
dal vicolo cieco etnico,
dal tunnel di conflitti sempre più allargati, sta nella
riconquista di una vigorosa prospettiva internazionalista:
che cioè riconosca come punto di partenza positivo
a scala storica la dimensione mondiale raggiunta dallo stesso
sviluppo delle forze produttive, base irrinunciabile del comunismo;
che superi le miserie e le gelosie, le paure irrazionali e
le teorizzazioni idiote alimentate dall'ideologia borghese
e democratica anche quando sparge a piene mani la retorica
della "libertà eguaglianza, fratellanza";
che resista e risponda al ricatto di ogni patriottismo comunque
mascherato, lottando contro la propria borghesia nazionale
nella consapevolezza che di una lotta internazionale si tratta;
che affronti il problema dei grandi flussi migratori, della
distruzione di intere aree del pianeta, della miseria crescente
alla periferia delle nazioni capitalistiche avanzate, non
con ipocrite e imbelli iniziative di beneficenza, ma abbracciando
in un unico esercito mondiale i lavoratori di tutti i paesi,
costretti dall'espansione capitalistica a una tragedia quotidiana,
alla morte per fame ed epidemie, al nomadismo perenne.
Un
internazionalismo che è insomma la necessaria anticipazione
(non nel regno delle idee, ma in quello dei fatti) di quel
concetto di specie su cui si fonda il comunismo: ben oltre,
dunque, i limiti angusti cui ci ha abituato la società
del capitale, dello sfruttamento, della concorrenza e del
profitto, e dichiaratamente contro l'armamentario ideologico
dell`individuo sovrano", del "popolo eletto",
della "nazione trionfante" che per l'appunto caratterizza
quella società.
Partito
Comunista Internazionale, dunque: cioè un programma,
una strategia, una tattica, un'organizzazione, che siano in
grado di superare le contingenze di tempo e di spazio, di
assicurare la continuità tra le generazioni, di integrare
ed esaltare in un unico organismo le migliori energie rivoluzionarie
annullando egoismi e gelosie, di unire al di sopra delle barriere
politiche, ideologiche e geografiche i lavoratori di tutto
il mondo, per organizzarli, condurli e guidarli nella lotta
contro il sistema del capitale, nella lotta per il comunismo,
per la società finalmente senza classi.
Da dove
veniamo
A
questo punto, il nostro immaginario interlocutore si chiederà
(ci chiederà) se non siamo per caso uno di quei gruppetti
e gruppettini nati nel '68 e dintorni e a stento sopravvissuti
all'epoca dei movimenti studenteschi, della contestazione,
del terrorismo. E di nuovo dobbiamo deluderlo.
Il
fatto è che il Partito Comunista Internazionale viene
da molto lontano e non ha proprio nulla a che vedere con il
'68, la contestazione, i movimenti giovanili, e in genere
con quella reazione infantile allo stalinismo che si chiama
estremismo, spontaneismo, movimentismo, operaismo, ecc. ecc.
È una questione di diversità radicale, diciamo
pure "genetica". Il nostro partito - per quanto
oggi piccolo, poco influente, di scarso peso numerico - è
la continuazione ininterrotta, al di sopra degli alti e bassi
di una vicenda tremenda di controrivoluzione, della grande
tradizione del movimento comunista internazionale degli inizi
del secolo. Esso è (e il nostro immaginario interlocutore
ci perdoni un po' di orgogliosa retorica) come un fiume carsico
che ha dovuto (e saputo) scorrere al di sotto dell'aridità
e dello sgretolamento, della melma e delle frane. Proviamo
a ripercorrere questo lungo cammino, in maniera anche molto
schematica ed elementare.
1892
- Nasce il Partito Socialista Italiano. Frutto della confluenza
di posizioni diverse, e non tutte chiaramente rivoluzionarie
e internazionaliste, il PSI è diretto da riformisti
(che, a confronto di quelli che li hanno seguiti specie dopo
la seconda guerra mondiale nella cosiddetta "sinistra",
risultavano se non altro... dignitosi). Gli anni tra fine
'800 e inizi '900 sono un periodo di grandi lotte operaie,
sia in Italia che nel resto d'Europa e in America, e la dirigenza
riformista del PSI e delle grandi centrali sindacali si scontra
spesso con la combattività delle masse.
1910
- Al Congresso di Milano del PSI, emerge con nettezza una
Sinistra decisa a combattere la dirigenza riformista del partito
e dei sindacati, nel vivo di lotte operaie che la vedono da
tempo all'avanguardia. La Sinistra proclama subito, nei fatti,
il proprio internazionalismo battendosi con vigore contro
la guerra di Libia (1911) e, al Congresso di Reggio Emilia
del PSI (1912), si organizza in Frazione Intransigente Rivoluzionaria.
Proprio di quegli anni è anche la sua lotta all'interno
della Frazione Giovanile Socialista per contrastare le posizioni
di chi vorrebbe farne un organismo puramente culturale. Per
la Sinistra, invece, la Frazione Giovanile (e il partito tutto)
deve essere un'organizzazione di lotta: l'ossigeno rivoluzionario
deve cioè venire ai singoli giovani militanti dall'insieme
della vita del partito in quanto guida del proletariato lungo
la strada che porta alla rivoluzione, e non da una banale
"scuoletta di partito". Un ruolo decisivo, all'interno
della Frazione Intransigente Rivoluzionaria, viene ormai sempre
più svolto, a Napoli, da Amadeo Bordiga (1 889-1970)
e dal "Circolo socialista rivoluzionario Carlo Marx",
veri punti di riferimento dell'intera Sinistra del PSI.
1914
- Scoppia la prima guerra mondiale, e la Sinistra del PSI
proclama la necessità del "disfattismo rivoluzionario"
in pieno accordo con le tesi leniniste allora praticamente
sconosciute in Italia. Di fronte al fallimento di tutti i
partiti socialisti europei (che appoggiano lo sforzo bellico
delle rispettive borghesie, votandone i crediti di guerra),
e nonostante gli sforzi della Sinistra, il PSI adotta la formula
ambigua "né aderire né sabotare".
Gli "interventisti", Mussolini in testa, escono
dal partito.
1917
- Allo scoppio della Rivoluzione d'Ottobre, la Sinistra si
schiera senza esitazione al fianco di Lenin e Trotsky, salutando
l'evento come l'aprirsi di una fase rivoluzionaria internazionale:
Il bolscevismo, pianta d'ogni clima è il titolo dell'articolo
di Bordiga che commenta a caldo la Rivoluzione. Gramsci e
Togliatti, rappresentanti del gruppo torinese riunito intorno
al giornale "L'Ordine Nuovo" (con grosse influenze
idealiste e dunque non-marxiste), sono invece confusi e ambigui:
nell'articolo La rivoluzione contro il Capitale, per esempio,
Gramsci sostiene che la Rivoluzione d'Ottobre smentisce la
prospettiva marxista! In Italia, la Sinistra è l'unica
formazione interna al PSI ad avere una rete organizzata su
scala nazionale: alla sua iniziativa si deve la convocazione
del Convegno di Firenze nel 1917, in cui si ribadisce l'assoluta
intransigenza del Partito nell'opposizione alla guerra. A
partire dal 1918, mentre nel paese sale la tensione sociale,
si moltiplicano gli scioperi, cresce il malcontento per le
conseguenze della guerra, la Sinistra (che dal dicembre possiede
un proprio organo centrale di stampa, "Il Soviet")
si batte perché il PSI appoggi senza esitazioni la
Russia rivoluzionaria riconoscendo apertamente il significato
internazionale della strategia leninista.
1919
- È l'anno cruciale in tutt'Europa: l'anno dei grandi
scioperi in Italia e dei tentativi rivoluzionari in Germania
e Ungheria, l'anno in cui vengono massacrati Rosa Luxemburg
e Karl Liebknecht, l'anno della costituzione della Terza Internazionale
come partito della rivoluzione mondiale. In Italia, scoppia
la polemica tra la Sinistra (che preme per la creazione di
un autentico partito comunista in grado di applicare l'esperienza
della rivoluzione russa all'Occidente avanzato e ribadisce
il carattere di rottura sociale e politica dei soviet come
organi del dualismo di potere in un processo rivoluzionario
in corso) e "L'Ordine Nuovo" (che pretende di individuare
nei consigli di fabbrica l'equivalente dei soviet, dando a
essi organismi locali e del tutto interni all'organizzazione
sociale e politica capitalistica - una patente di "prefigurazione
della società futura"). Sempre nel 1919, proprio
grazie all'azione teorica e pratica della Sinistra, si forma
all'interno del PSI la Frazione Comunista Astensionista, nucleo
del futuro Partito Comunista d'Italia. Uno degli elementi
che la caratterizzano è l'affermazione che, nei paesi
di vecchia democrazia (l'Europa Centro-occidentale, gli Stati
Uniti), il parlamento, oltre a non essere il luogo dove vengono
prese le reali decisioni economico-politiche (come i classici
del marxismo hanno sempre insegnato), non è nemmeno
più una tribuna utile a far sentire la voce dei comunisti:
da tempo è diventato uno strumento per sviare e disperdere
le energie rivoluzionarie. Non solo dunque il parlamentarismo
va combattuto, ma non si deve prendere parte alle elezioni
politiche per dare il massimo rilievo all'opposizione a esso
e allo Stato borghese, sia pure "democratico". Un
altro elemento caratterizzante la strategia della Sinistra
è la concezione del "Fronte unico dal basso":
non dunque l'ambigua e confusa convergenza di partiti od organizzazioni
dotati di programmi politici diversi, ma lo schierarsi dei
lavoratori di qualunque fede politica o religiosa su un fronte
comune di lotta, intorno a concreti obiettivi economici e
sociali, di difesa delle condizioni di vita e di lavoro.
1920
- Al Secondo Congresso della Terza Internazionale, la presenza
della Sinistra è di fondamentale importanza. Il suo
contributo è decisivo per rendere più severe
le "condizioni di ammissione" all'Internazionale
stessa, per evitare che vi entrino gruppi e partiti che a
parole, e sull'onda di una fase ancora di lotte vigorose,
ne accettano sì la disciplina e il programma rivoluzionari,
ma poi, nei fatti, ne sabotano (soprattutto se l'onda rivoluzionaria
internazionale dovesse calare) l'operato. La Sinistra è
la formazione comunista europea che con maggior chiarezza
si schiera su una prospettiva internazionalista, concependo
l'Internazionale come il vero, autentico partito mondiale,
e non come somma formale, aritmetica, di partiti nazionali,
lasciati poi liberi di seguire la via che credono. Nell'Internazionale,
la Sinistra (che lotta in Italia per arrivare alla creazione
di un vero Partito Comunista) si schiera per la riaffermazione
integrale del marxismo, per una prospettiva programmatica,
strategica e tattica internazionalista che affasci proletari
dell'Occidente avanzato e popoli dell'Oriente, per la necessità
del partito rivoluzionario, della rottura violenta dell'ordine
borghese e dell'instaurazione della dittatura di classe come
ponte di passaggio verso la società senza classi, per
una disciplina interna agli organismi internazionali e nazionali
fatta non di vuoto caporalismo ma di piena accettazione e
comprensione del programma rivoluzionario da parte dei militanti
tutti.
1921
- Al Congresso di Livorno del PSI, la Sinistra Comunista rompe
con il vecchio partito riformista e fonda il Partito Comunista
d'Italia, Sezione dell'Internazionale Comunista. Nonostante
le affermazioni in contrario della successiva storiografia
stalinista, il ruolo dirigente è totalmente della Sinistra
e di Bordiga: Gramsci, Togliatti & Co. sono in questa
fase totalmente allineati con essa. Per due anni, nell'Europa
occidentale che cerca di imboccare la via della rivoluzione
e di offrire così l'aiuto decisivo all'Unione Sovietica,
il PCd'l guidato dalla Sinistra rappresenta la punta avanzata
del "bolscevismo pianta di ogni clima". Opera sul
piano sindacale per costituire un reale fronte di lotta (e
non di partiti) delle masse operaie indipendentemente dalla
loro affiliazione politica; conduce una lotta strenua contro
il riformismo socialdemocratico che inganna gli operai con
illusioni pacifiste e legalitarie; combatte a viso aperto
il fascismo, che considera non una reazione feudale (come
teorizzerà in seguito lo stalinismo!), ma l'espressione
politica del grande capitale (industriale e agrario) posto
di fronte a una crisi economica mondiale e a un proletariato
militante; si crea un proprio apparato militare di difesa
contro la reazione evitando di confondersi con raggruppamenti
spuri ed equivoci come gli "Arditi del Popolo";
e, in tutte le questioni tattiche e strategiche affrontate
in anni di progressivo riflusso del movimento rivoluzionario,
si pone costantemente in una prospettiva internazionale e
internazionalista, denunciando fin dal loro comparire le tendenze
localiste e autonomiste e soprattutto la spinta verso la subordinazione
dell'Internazionale stessa alle esigenze nazionali russe.
1923-24
- Approfittando dell'arresto di Bordiga e di buona parte dei
dirigenti del PCd'l (nel tardo '23, il processo si concluderà
con una celebre autodifesa degli imputati e la loro assoluzione),
la direzione passa a uomini più arrendevoli alle direttive
sempre più "elastiche" dell'Internazionale,
e nel corso del '24, pur avendo ottenuto la maggioranza alla
Conferenza nazionale di Corno (maggio), la Sinistra viene
estromessa dalla direzione, affidata per iniziativa di Mosca
alla corrente di Centro guidata da Gramsci e Togliatti. Nei
due anni che seguono, il processo di smantellamento dell'influenza
della Sinistra nel partito assume sempre più i toni
e adotta i metodi che saranno propri della politica staliniana:
il suo organo Prometeo" viene dopo pochi numeri soppresso,
le sezioni in cui la Sinistra è dominante vengono sciolte,
i compagni della Sinistra vengono allontanati dagli incarichi
direttivi, i loro articoli e documenti censurati o non pubblicati,
e si afferma un regime interno di sospetto e intimidazione,
di disciplina caporalesca e burocratica.
1926
- Al III Congresso del Partito, tenutosi fuori d'Italia, a
Lione, le manovre del nuovo Centro (storicamente ben documentate:
per esempio, il voto dei delegati assenti della Sinistra viene
attribuito automaticamente al Centro!) si traducono nella
completa emarginazione della Sinistra, che viene messa nell'impossibilità
di agire e far sentire la propria voce ed è definitivamente
emarginata all'interno del partito. Nello stesso anno, al
VI Esecutivo Allargato dell'Internazionale comunista (Mosca,
febbraio-marzo), Bordiga si batte contro la "bolscevizzazione",
vale a dire la riorganizzazione del partito sulla base delle
cellule di fabbrica, che - con il pretesto demagogico di incrementare
il carattere "operaio" del partito - finisce invece
per rinchiuderne la base nell'orizzonte angusto della singola
fabbrica e officina e per rendere indispensabile la figura
del "Funizionario-burocrate" che "dà
la linea" stabilendo un legame fittizio e caporalesco
fra Centro e periferia. Nella stessa arroventata riunione
moscovita, Bordiga prende - solo fra tutti gli intervenuti
- l'iniziativa di chiedere che la grave crisi interna del
Partito bolscevico (preludio della teoria falsa e bugiarda
del "socialismo in un solo paese") sia posta all'ordine
del giorno di un prossimo Congresso mondiale, poiché
"la rivoluzione russa è anche la nostra rivoluzione,
i suoi problemi sono i nostri problemi e ogni membro dell'Internazionale
rivoluzionaria ha non solo il diritto ma il dovere di collaborare
alla loro soluzione". Penserà il fascismo ad arrestare
Bordiga (insieme a tutti i dirigenti del PCd'I) prima che
il nuovo congresso si riunisca; penserà Stalin a isolarvi
l'Opposizione russa. Tra il 1926 e il 1930, i compagni della
Sinistra vengono via via espulsi dal partito e dunque o consegnati
alla repressione fascista o costretti all'emigrazione. La
campagna contro la Sinistra in Italia è parallela a
quella contro Trotsky in URSS, anche se fra le due correnti
esistono punti di dissenso, che non impediscono tuttavia alla
Sinistra di difendere l'Opposizione russa nei cruciali anni
1927-28. Bordiga stesso viene espulso nel 1930 con l'accusa
di "trotskismo". Intanto, prima con il tradimento
dello sciopero generale inglese del 1926, poi con la subordinazione
del partito comunista ai nazionalisti del Kuomintang durante
la rivoluzione cinese del 1927 (l'esito finale sarà
il massacro della Comune di Canton a opera dei nazionalisti!),
lo stalinismo, espressione delle forze borghesi in ascesa
in un'URSS isolata dopo il fallimento della rivoluzione in
Occidente, completa il rovesciamento dei principi e del programma
comunisti.
1930-1940
- Con Bordiga isolato a Napoli e sottoposto a continua sorveglianza
poliziesca, e la Sinistra perseguitata da fascismo e stalinismo,
dispersa nell'emigrazione, soffocata dalla democrazia, inizia
una fase della nostra storia che si può ben definire
eroica. La Sinistra si riorganizza in Francia e in Belgio
come Frazione all'Estero e pubblica le riviste "Prometeo"
e "Bilan", con le quali continua la propria battaglia
politica. La situazione è estremamente difficile, perché
i compagni - pochi e dispersi - debbono combattere su tre
fronti: contro il fascismo, contro lo stalinismo, contro la
democrazia. E tuttavia denunciano la politica di Mosca (i
"fronti popolari", la mano tesa alla democrazia,
le continue capriole politiche sulla pelle dei proletari più
combattivi, il patto Hitler-Stalin, gli appelli "ai fratelli
in camicia nera" da parte di Togliatti), cercano vanamente
di operare affinché, durante la guerra di Spagna, le
incerte formazioni di sinistra si orientino in senso classista,
lottano contro il fascismo e il nazismo (nella Francia occupata,
riescono addirittura a svolgere propaganda disfattista tra
i soldati tedeschi), sottopongono a critica tutti i miti democratici
che sempre più inquinano il movimento operaio internazionale
(allo scoppio della guerra e negli anni successivi, gli operai
internazionalisti ne denunciano il carattere imperialista).É
ormai evidente che, con lo stalinismo, ci si trova di fronte
alla più grave ondata controrivoluzionaria, e i compagni
iniziano, sia pure con insufficienze dovute all'estremo isolamento
in cui si trovano, ad analizzare "che cosa è successo
in URSS".É questa loro tenace resistenza, questa
volontà ostinata di non lasciare che il "filo
rosso" si spezzi, a permettere la rinascita del partito
nel 1943.
1943-1952
- Grazie anche al rientro di alcuni compagni dall'emigrazione,
comincia in Italia il lavoro di ritessitura di una vera e
propria organizzazione. Esce clandestinamente - dalla fine
del 1943 - il periodico "Prometeo". Successivamente,
si riprendono i contatti con Bordiga, si svolge un'agitazione
rivoluzionaria tra i proletari combattivi delusi dal movimento
resistenziale, si opera per dare un indirizzo classista al
moto di scioperi che scoppia negli ultimi anni di guerra,
si lavora a stretto contatto con il proletariato ottenendo
anche significativi risultati (in vari casi, specie nelle
fabbriche del nord, sono gli internazionalisti a venire scelti
come delegati alle Commissioni Interne). Nasce infine il Partito
comunista internazionalista, con il periodico "Battaglia
comunista". Lo scontro con gli stalinisti è aperto.
Proprio mentre Togliatti, nella sua funzione di Ministro di
Grazia e Giustizia, decreta un'amnistia generale e mette in
libertà i caporioni e la manovalanza fascista inneggiando
all'"uomo nuovo" e alla "rinata democrazia",
il suo partito denuncia come "fascisti" gli internazionalisti
e incita alla loro eliminazione fisica. Così, al culmine
di un'autentica campagna di diffamazione e incitamento all'assassinio,
i compagni Mario Acquaviva e Fausto Atti (e altri anonimi
militanti di cui non siamo riusciti a sapere più nulla)
vengono massacrati dagli stalinisti. Questa prima fase di
vita del partito è ancora segnata dalle incertezze
teoriche proprie della Frazione all'Estero, e i nodi verranno
al pettine nel 1952, quando l'esigenza di ristabilire in maniera
chiara e monolitica (e contro ogni fretta attivistica e superficiale)
l'intero corpus marxista snaturato e distrutto dallo stalinismo
porta a una prima frattura. In quello stesso anno, inizia
dunque le pubblicazioni "Il programma comunista":
sulle sue pagine, fino alla morte nel 1970, Bordiga svilupperà
l'enorme lavoro di ricostruzione teorico-politica del Partito,
che a metà anni '60 diventerà Internazionale
" di fatto e non solo di nome. Le Tesi caratteristiche
del Partito (1951), le Considerazioni sull'organica attività
del Partito quando la situazione generale è storicamente
sfavorevole (1965), le Tesi sul compito storico, l'azione
e la struttura del Partito comunista mondiale- (1965) e le
Tesi supplementari (1966) daranno poi al Partito il suo definitivo
inquadramento teorico, politico e organizzativo.
Partito
storico e partito formale
"D'accordo",
dirà a questo punto il nostro interlocutore un po'
disorientato, "avete una storia lunga e gloriosa. Però
siete pur sempre quattro gatti".
Certo,
siamo pochi e la nostra influenza reale è oggi pressoché
nulla. La cosa non ci stupisce e non ci spaventa. Un'obiezione
del genere non prende in considerazione il fatto che, come
s'è detto, lo stalinismo è stato la più
feroce controrivoluzione sofferta dal movimento comunista
internazionale. I suoi effetti sono stati devastanti, si sono
fatti sentire per più di sessant'anni, si fanno sentire
ancor oggi. In tutto questo periodo, grazie alla distruzione
del partito comunista mondiale e al disarmo teorico-pratico
a opera della controrivoluzione, la classe operaia dell'Occidente
capitalistico sviluppato è stata aggiogata al carro
della democrazia, definita per principio un mondo idilliaco
in cui tutti i contrasti potevano finalmente essere superati
e annullati. Ha partecipato a un altro massacro mondiale.
Ha collaborato alla ricostruzione post-bellica, producendo
una quantità impressionante di plusvalore (il boom
degli anni '50) grazie alle cui briciole è stata convinta
che questo è "il migliore dei mondi possibili".
Ha abbandonato al proprio destino i popoli di colore che si
ribellavano contro il giogo dell'imperialismo e cominciavano
ad assaggiare le delizie della penetrazione capitalistica.
E, tutte le volte che ha provato a imboccare una via di difesa
dei propri interessi come classe, s'è sentita rispondere
che... "il bene superiore dell'economia nazionale non
lo permette", "c'è il rischio di fare il
gioco della destra", ecc. ecc.
É
ovvio che, in condizioni come queste, che hanno caratterizzato
l'ultimo mezzo secolo euro-americano, il comunismo rivoluzionario
fatichi a diffondersi. Esiste una barriera materiale che vi
si oppone: modi di pensare, abitudini, influenze ideologiche,
tradizione, apatia, illusioni, il fatto stesso che, per un
lungo periodo, posto di lavoro e salario appaiano come realtà
garantite... Tutto ciò, per noi materialisti, è
più che comprensibile. Non solo: i comunisti l'hanno
già sperimentato. Dopo il fallimento delle rivoluzioni
del 1848, la Lega dei Comunisti contava pochi elementi sparsi
in giro per l'Europa: ma questa "solitudine" fu
la pre-condizione per la nascita della Prima Internazionale
nel 1864. Dopo la Comune di Parigi del 1871, Marx ed Engels
rimasero sostanzialmente soli a trarre le lezioni di quel
tentativo rivoluzionario soffocato nel sangue: ma furono quelle
"lezioni" tratte in solitudine a permettere la rinascita
del movimento comunista su basi più solide di lì
a pochi anni. Lo stesso accadde a Lenin e ai marxisti russi
dopo la fallita rivoluzione del 1905 in Russia, premessa per
l'affermarsi del bolscevismo, per la vittoria della rivoluzione
del 1917 e per la nascita della Terza Internazionale. E lo
stesso accadde dopo il 1926 alla Sinistra e al nostro partito,
che di quell'esperienza è l'erede diretto.
Che,
nel mezzo di queste ondate controrivoluzionarie (e l'ultima,
s'è detto, è stata la più tremenda di
tutte, arrivando a ribaltare l'ABC stesso del marxismo), il
partito sia piccolo, si riduca a pochi elementi, resti ignorato
ai più, è perfettamente comprensibile: è
addirittura connaturato al divenire storico. Il partito non
ribalta le situazioni sfavorevoli con la bacchetta magica,
non suscita le rivoluzioni con un atto di volontà.
É il processo rivoluzionario che matura nei decenni,
di pari passo con l'accumularsi delle contraddizioni che il
sistema capitalistico genera inevitabilmente. Il partito deve
favorire questo processo, organizzarlo e indirizzarlo, guidarlo
teoricamente e praticamente. Può sembrare un paradosso,
ma la storia lo dimostra: è proprio nelle fasi controrivoluzionarie
(quelle in cui la rivoluzione non è minimamente all'ordine
del giorno) che la rivoluzione va maturando. E vi ci si prepara
ricostruendo il partito, difendendo il suo patrimonio di teoria
ed esperienza, riannodando il filo rosso che tutti vorrebbero
spezzare, lottando per diffondere controcorrente il suo programma.
Se non ci si prepara allora e in questo modo, la rivoluzione
non verrà mai: perché, quando si ripresenteranno
le condizioni materiali a essa favorevoli, mancherà
appunto l'organo-guida, lo strumento necessario, il partito.
Questa
è una prima considerazione vitale. Ma non basta. Esiste
un partito storico ed esiste un partito formale, e anche questo
è un concetto-chiave marxista. Il partito storico è
l'insieme dell'elaborazione teorica, del programma, delle
tesi, dell'esperienza storica del comunismo. Esso data ormai
dal 1848, quando venne pubblicato il Manifesto del partito
comunista, e comprende (in un tutto monolitico le cui parti
si integrano organicamente le une alle altre) le opere di
Marx, Engels e Lenin, le battaglie politiche della Prima,
della Seconda, della Terza Internazionale, gli insegnamenti
della Comune di Parigi del 1871, della Rivoluzione russa del
1905, della Rivoluzione dell'ottobre 1917, l'esperienza delle
grandi lotte nell'Occidente capitalistico e nell'Oriente di
colore tra 1917 e 1927, l'elaborazione teorico-politica prodotta
dalla Sinistra Comunista sull'arco di più di mezzo
secolo, le lezioni che essa ha saputo trarre dalle controrivoluzioni.
E dunque un metodo di interpretazione dei fatti storico-sociali,
una dottrina politica e un'esperienza di lotta: una teoria,
un programma, una strategia, una tattica, che costituiscono
i fondamenti del comunismo, cui generazioni diverse devono
necessariamente far riferimento.
Ed
esiste poi un partito formale. Vale a dire, la traduzione
di quell'insieme - teoria, programma, strategia, tattica -
in una struttura organizzata, in un organismo vivente, fatto
di militanti in carne e ossa, operanti in situazioni specifiche
e impegnati ad allargare il raggio d'influenza del comunismo.
E questa struttura organizzata che, riannodando materialmente
il filo rosso del comunismo, permette la fusione di generazioni
diverse in un'unica prospettiva di lotta. Ma è anche
essa che risente in maniera inevitabile degli alti e bassi
della lotta di classe, dei momenti favorevoli come di quelli
sfavorevoli, delle vittorie come delle sconfitte.
Non
c'è, si badi bene, una frattura tra partito storico
e partito formale. Non si tratta di due momenti separati e
successivi. Il partito storico deve tendere a tradursi in
partito formale, perché altrimenti il comunismo rimarrebbe
lettera morta; il partito formale deve identificarsi con il
partito storico, perché altrimenti sarebbe privo di
teoria, programma, strategia e tattica comunisti che soli
possono caratterizzarlo. Tutta la storia del movimento comunista
internazionale è in fondo la storia del processo difficile
e appassionante attraverso cui il partito storico diviene
partito formale, la teoria diviene prassi, organizzazione
vivente e combattente. In date fasi, il partito formale può
ridursi anche a pochi elementi privi o quasi di reale influenza
sulla scena storica. Ma è vitale che questi pochi elementi
difendano con tutte le loro forze il partito storico, cerchino
di farlo vivere nella realtà non importa quanto derisi
o inascoltati dalla grande maggioranza, operino per allargare
quanto più è possibile il proprio raggio d'influenza
a livello internazionale. E questo il presupposto perché,
al ripresentarsi di condizioni oggettive più favorevoli
(e il ciclo dell'economia capitalista non può fare
altro che crearle di continuo, per le contraddizioni interne
che sono connaturate a essa), il comunismo possa trovare,
allora sì, un seguito più numeroso.
Nel
corso del secondo dopoguerra, il nostro Partito s'è
trovato a lottare per difendere il partito storico, senza
cessare mai di operare per far vivere nella società
del capitale il partito formale: non importa quanto piccolo,
non importa quanto isolato. Sappiamo che questa nostra lotta
(che implica un ribaltamento totale del modo corrente di concepire
i fenomeni della società) è stata fondamentale,
perché, domani, i quattro gatti di oggi diventino otto,
sedici, trentadue, eccetera. L'ha fatto nel periodo sicuramente
più sfavorevole e difficile, ed è questo il
motivo per cui la sua storia è stata anche così
travagliata. Il periodo controrivoluzionario è privo
dell'ossigeno della lotta di classe e dunque pesa come una
cappa di piombo sullo stesso partito, alimentando di volta
in volta illusioni o disillusioni. E così il piccolo
partito deve guardarsi sia dalla tentazione disastrosa di
ridursi a una piccola setta di accademici intenti a dibattere
al proprio interno, sia dalla facile illusione che basti,
in qualunque fase storica, moltiplicare per mille l'attività
per ampliare l'influenza tra la classe operaia.
Perché
la classe operaia
"Tutto
questo parlare della classe operaia! Ma la classe operaia
non esiste più... con la rivoluzione telematica è
scomparsa! Possibile che non ve ne rendiate conto?"
Preghiamo
il nostro interlocutore di studiare meglio la realtà
prima di aprir bocca, per evitare di trasformarsi in uno di
quei pappagalli che ripetono a memoria le quattro frasette
dell'ultimo "esperto", lette sull'ultimo numero
del giornale.
Quest'autentica
bufala della "scomparsa della classe operaia" (o
della sua "integrazione") non è un'invenzione
di oggi. La sostenevano già negli anni '40 certi sociologi
americani, l'hanno ripresa "pensatori" alla moda
negli anni '60 come Marcuse & Co., è stata pane
quotidiano (ma raffermo!) di certe impostazioni "ultra-sinistre
" degli anni '70. E in fondo è alla base stessa
dell'ideologia borghese, che fin dagli inizi ha sostenuto
di aver eliminato le divisioni di classe, considerate come
tipiche ed esclusive del feudalesimo. Non è dunque
una sorpresa ritrovarcela tra i piedi anche oggi. Vediamo
un po' meglio come stanno le cose.
Se
diciamo che quella della "scomparsa della classe operaia"
è una bufala, lo facciamo sia in base alla teoria sia
in base a considerazioni attuali. Teoria (in maniera molto
sintetica, ovviamente): al cuore del meccanismo economico
capitalistico c'è la produzioneper il profitto - senza
profitto, l'economia capitalistica s'accartoccerebbe su se
stessa (e infatti, con la scoperta della caduta tendenziale
del saggio di profitto, Marx ha colto il tallone d'Achille
del capitalismo: quello che, inevitabilmente, ne detta la
morte).
Ora,
questo profitto si crea attraverso l'estrazione di plusvalore
dal lavoro vivo: vale a dire, facendo lavorare l'operaio per
un certo numero di ore, ma pagandogliene solo una parte (di
nuovo: le questioni sono molto complesse, e l'interlocutore
deciso a capire può approfondirle su testi come Lavoro
salariato e capitale o Salario, prezzo e profitto, oltre che,
naturalmente, sul Capitale). Ciò vuol dire che il capitale
non potrà mai rinunciare al lavoro umano, appunto perché
il plusvalore non può estrarsi da una macchina. Proprio
qui sta l'altra grande contraddizione del capitale: esso deve
introdurre macchine al fine di aumentare la produzione, ma
non può introdurle oltre un certo limite perché
altrimenti si ridurrebbe in maniera drastica la fonte del
profitto.
Quindi,
la tendenza al macchinismo è costante nella storia
del capitale (vedi appunto il Capitale, Libro I, Sezione IV,
Cap. XIII), ma non modifica (non può sostituire) il
meccanismo centrale del suo funzionamento: l'estrazione di
plusvalore dal lavoro vivo, lo sfruttamento di una classe
operaia che resta comunque necessaria al capitale. E questo
vale sia per la classe operaia "tradizionale" (le
"tute blu", per intenderci) sia per quegli strati
più recenti di tecnici (le "tute bianche"),
che sono anch'essi produttori di plusvalore attraverso lavoro
non pagato. Che dunque un individuo lavori tra i bagliori
rossastri e gli schianti infernali di una fonderia o nel candore
asettico di un laboratorio di produzione di chips e fibre
ottiche, non cambia nulla al suo rapporto con il capitale.
E, da parte sua, il capitale non potrà mai eliminare
la classe operaia, perché a essa è legato come
l'impiccato alla corda.
Questo
per quanto riguarda la teoria. Se poi passiamo alle considerazioni
attuali non abbiamo altro che conferme. Basta infatti volgere
uno sguardo intorno per rendersi conto dell'impressionante
aumento, in tutto il mondo, della classe operaia. Si parla
tanto di "globalizzazione del mercato": e che cos'è,
questa "globalizzazione", se non la penetrazione
e affermazione del sistema capitalistico in ogni angolo del
pianeta, e di conseguenza la nascita e crescita di una classe
operaia, ultrasfruttata e ultradiseredata, in Asia, Africa,
America Latina? Continuano a giungere notizie di tragici incendi
di fabbriche in Cina, a Taiwan, a Hongkong, di scioperi repressi
nel sangue in Corea, Zaire, Sud Africa: che cos'è questo
se non la prova drammatica che la classe operaia, ben lungi
dallo scomparire, è invece nata e s'è moltiplicata,
anche in aree fino a pochi decenni fa non toccate dall'irresistibile
avanzata delle merci e del capitale? E che cosa sono gli enormi
flussi migratori, che tanti grattacapi danno ai bravi borghesi
e piccolo-borghesi, se non la dimostrazione a livello mondiale
del gonfiarsi d'una popolazione di proletari puri, cioè
di braccia che possono contare solo sul lavoro futuro dei
figli, della prole, per sperare di sopravvivere alla meno
peggio (e si potrebbe qui aprire una parentesi a proposito
della sovrappopolazione, altro incubo per i bravi borghesi
e piccoloborghesi, altra dimostrazione per noi della contraddizione
insuperabile d'un capitalismo che deve far nascere a ritmo
sostenuto una forza-lavoro destinata, storicamente, a sconfiggerlo).
Ancora:
che cos'è il dramma della disoccupazione, non solo
stagnante ma crescente, se non la prova, in negativo, dell'esistenza,
ben reale, ben concreta, della classe operaia nelle stesse
metropoli di vecchio capitalismo, come gli Stati Uniti, la
Gran Bretagna, la Francia, la Germania, l'Italia, il Giappone
- là dove, cioè, l'ideologia borghese strombazza
ai quattro venti (e i gonzi si bevono a occhi chiusi) la lieta
novella della "scomparsa della classe operaia"?
In
realtà, negli ultimi cinquant'anni, abbiamo assistito,
da un lato, a una crescita complessiva impressionante di una
classe di senza riserve assoluti, di autentici proletari,
e, dall'altro, a un processo acuto di proletarizzazione, specie
nelle cittadelle capitalistiche avanzate (i ghetti, le banlieus,
le bidonville). Invece di assottigliarsi, le file di questa
classe operaia mondiale non hanno fatto dunque altro che ingrossarsi.
"Però
non potete negare che è in corso un processo di deindustrializzazione!
" Certo, ma attenzione: la deindustrializzazione di alcune
aree (si badi bene: alcune!) non ha niente a che vedere con
le teorie balzane del post-industriale o del post-capitalismo.
Si tratta d'un fenomeno che può solo essere analizzato
nella sua dinamica: vale a dire, comprendendo che si tratta
molto semplicemente della necessità da parte del capitale
di andarsi a cercare le condizioni di migliore sfruttamento
della manodopera e dunque di più vantaggiosa estrazione
di plusvalore. Insomma: se le fabbriche scompaiono da Detroit,
è solo perché ricompaiono nelle zone di frontiera
con il Messico; se la "grande fabbrica" viene smantellata,
è solo perché decine di fabbriche più
piccole nascono nelle aree periferiche... Di fronte alla crisi
economica, il capitale si ristruttura in modo a) da evitare
situazioni di grande conflittualità dovute alla concentrazione
di manodopera combattiva, b) da avere a disposizione una manodopera
più giovane, più inesperta, più affamata,
più ricattabile. Ma si tratta pur sempre d'un fenomeno
ciclico: la dispersione si trasformerà in seguito in
concentrazione, perché il capitale è "geneticamente"
orientato verso di essa.
Ora,
non c'è dubbio (e così dicendo anticipiamo subito
l'obiezione del nostro interlocutore) che, a fronte di questa
diffusione macroscopica del proletariato mondiale, manca in
esso la consapevolezza d'essere una classe, di avere interessi
- sia immediati che storici - comuni. Ma attenzione! il fatto
che il marxismo indichi nel proletariato la classe rivoluzionaria
destinata a seppellire il capitalismo e ad aprire le porte
alla società senza classi non significa che il proletariato.
sia automaticamente, sempre e comunque, rivoluzionario. Questa
è un'altra bufala che lasciamo volentieri agli stalinisti
e agli operaisti, demagoghi entrambi.
Il
carattere di "classe rivoluzionaria" del proletariato
gli è conferito dalla collocazione all'interno del
processo produttivo. Esso è al cuore del meccanismo
di estrazione di plusvalore e dietro di sé non ha altre
classi da sfruttare. Ribellandosi, mette in discussione l'impalcatura
stessa della società del capitale. Liberando se stesso,
libera l'umanità intera. In tutte le rivoluzioni precedenti
che hanno segnato il passaggio da un modo di produzione all'altro
(quella antischiavista, quella antifeudale), la classe protagonista
della rivoluzione aveva dietro di sé altre classi -
destinate, una volta attuati la rottura rivoluzionaria e il
passaggio al nuovo modo di produzione, a divenire le "classi
oppresse", le "classi sfruttate". Con la borghesia
e il proletariato, siamo giunti alla fine del lungo arco di
tempo contrassegnato dalla divisione della società
in classi: il proletariato, attuale classe sfruttata, non
ha dietro di sé nessun'altra classe su cui poter esercitare
(in futuro, una volta vittorioso) il proprio sfruttamento.
La società nuova che dovrà nascere (che è
già matura per nascere e il cui ritardo nella nascita
produce un travaglio che tanto somiglia a un'agonia) non conoscerà
divisioni di classe e dunque non conoscerà classi sfruttate.
Certo,
esiste un problema soggettivo. Nella stragrande maggioranza,
la classe operaia odierna (sia quella relativamente garantita
delle grandi metropoli capitalistiche, sia quella drammaticamente
sfruttata dei giovani paesi capitalistici) non si percepisce
come classe, non si muove in direzione di quelli che sono
i suoi compiti storici. Anzi, si può dire che, per
lo più, non si muove affatto: subisce lo sfruttamento
senza ribellarsi. Ma questo non ci sconcerta. É un
problema politico che ha precisamente a che fare con la democrazia
e con lo stalinismo - vale a dire, con gli effetti della più
grave controrivoluzione della storia del movimento operaio
e comunista. E un problema politico che ha a che fare con
la distruzione a livello mondiale del partito rivoluzionario:
cioè, di quel fattore di coscienza e volontà,
di teoria e azione, che fin dagli inizi il marxismo ha indicato
come condizione irrinunciabile per lo sviluppo del processo
rivoluzionario e che tutte le classi rivoluzionarie del passato
hanno necessariamente avuto come guida.
Senza
il suo partito rivoluzionario (e ciò vuol dire: senza
il suo programma politico rivoluzionario, senza la sua "coscienza
di sé come classe"), la classe non è nulla:
solo un insieme statistico di individui incapaci, nella grande
maggioranza, di sollevarsi all'altezza della propria missione
storica. Ed è proprio la situazione storica attuale
a dimostrarcelo in maniera drammatica.
E
per questo che la strada che porta al comunismo passa necessariamente
attraverso la ricostruzione del partito rivoluzionario.
Che cosa
vuol dire comunismo...
"Certo
però che, dopo l'esperienza dei paesi dell'Est, oggi
è difficile parlare di comunismo", commenterà
un po' sconsolato il nostro interlocutore.
Possiamo
capirlo. Parlare di "comunismo" oggi significa innanzitutto
rivoltare come un guanto l'idea che ci se n'è fatta
per più di mezzo secolo, sotto l'influsso della propaganda
staliniana, del gracidare opportunista-riformista-socialdemocratico,
della stessa ideologia borghese. Significa smascherare la
menzogna del "socialismo in un solo paese", del
"socialismo reale". Proviamo a ricapitolare alcuni
concetti basilari.
Il
comunismo non è morto in URSS (e altrove), per la semplice
ragione che in URSS (e altrove) economicamente non è
mai nato. Comunismo significa abolizione del lavoro salariato,
delle merci, del denaro, del profitto, della competizione
economica, delle classi sociali, dello Stato. Mentre in URSS
& Co. esistevano il lavoro salariato (gli operai ricevevano
una paga), il denaro (come merce di scambio), il profitto
(aziende e cooperative dovevano chiudere i bilanci in attivo),
la competizione economica (c'erano un mercato interno e una
progressiva apertura al mercato mondiale), classi sociali
ben distinte, uno Stato agguerrito sia all'interno che all'esterno.
Se,
prima del 1989 (prima, cioè, del crollo del "muro
di Berlino", con tutte le sue drammatiche conseguenze),
si fosse guardato alle cosiddette "due fette del mondo
moderno" con occhi marxisti (dunque senza lasciarsi ingannare
da quella tragica menzogna), ci si sarebbe accorti di una
fondamentale somiglianza tra il modo di funzionamento e i
risultati raggiunti da quelli che venivano definiti due sistemi
diversi. Da entrambe le parti, le città crescevano
a dismisura trasformando in deserto le campagne, la produzione
di missili nucleari e carri armati avveniva a scapito dell'alimentazione
di enormi masse umane, si sviluppavano la concorrenza tra
operai, il lavoro salariato, l'alienazione e il dispotismo
di fabbrica. Da entrambe le parti, imperversavano l'anarchia
del mercato, le crisi periodiche, le giungle degli appetiti
statali e le guerre di saccheggio e oppressione, si aveva
accumulazione di ricchezza a un polo della società
e miseria all'altro, si scontravano gli interessi di classi
opposte, si gonfiava smisuratamente la macchina dello Stato,
si tendeva sempre più a considerare burocrazia e polizia
come i rappresentanti esclusivi degli interessi collettivi.
Comunismo tutto ciò? Ma fateci il piacere!
Che
cos'era dunque l'URSS? Per i comunisti internazionalisti,
la risposta è sempre stata chiara. In URSS, sotto Stalin
e successori, non vigeva il comunismo ma il capitalismo, un
capitalismo in larga misura di Stato, gestito, in tutta una
serie di settori, centralmente (mentre in altri settori, soprattutto
nell'agricoltura, esistevano ancora forme diverse di piccola
produzione, addirittura anche precapitalistiche). In URSS
si stava cioè facendo quello che ogni regime borghese
ha sempre fatto al tempo della sua "accumulazione originaria"
e poi via via "allargata": creare le condizioni
economiche di uno sviluppo capitalistico su larga scala grazie
all'intervento centrale dello Stato. A Lenin e ai comunisti,
tutto ciò era chiarissimo: dopo la rivoluzione del
1917, il potere politico dittatoriale proletario doveva assumersi
il compito storico gigantesco di far uscire il paese dall'arretratezza
economica ponendo le basi del comunismo (vale a dire, un'economia
capitalistica pienamente sviluppata: espansione della grande
industria, sviluppo della rete ferroviaria, incentivi alla
cooperazione agricola su vasta scala, elettrificazione, ecc.),
in attesa che la rivoluzione comunista scoppiasse e vincesse
nell'Occidente economicamente avanzato. Queste erano le condizioni
della vittoria del comunismo su una scala internazionale.
Ma
la rivoluzione in Occidente non venne per l'incapacità
di tutta una serie di partiti (e, a partire da un certo punto,
della stessa Internazionale Comunista) di schierarsi su un
fronte veramente rivoluzionario, e la Rivoluzione d'ottobre
(schiacciata fra il ritardo dell'Occidente e l'emergere necessario
delle forme economiche capitalistiche i Russia) si accartocciò
su se stessa. La controrivoluzione staliniana, espressione
proprio del giovane capitalismo russo, ribaltò infine
quella possente visione strategica: distrusse il partito di
Lenin sia fisicamente che teoricamente, proclamò "socialismo"
quello che era "accumulazione capitalistica", teorizzò
la possibilità di "costruire il socialismo in
un paese solo". Questo fu il grande, tragico inganno:
e dentro fino al collo in quell'inganno, che volle dire il
sangue di milioni e milioni di persone, ci stanno non solo
gli stalinisti convinti, ma anche tutti coloro, democratici
e fascisti, che allo stalinismo hanno dato e danno la loro
benedizione definendolo "comunismo".
"Ma,
allora, che cosa è successo tra il 1989 e oggi?".É
successo che quella forma capitalistica, che ha dominato la
scena sovietica e i paesi satelliti, a un certo punto della
sua storia ha esaurito la propria funzione. Anzi: è
diventata un ostacolo, specie in presenza della crisi economica
mondiale che s'è aperta a metà anni '70 e che
già verso la fine di quel decennio aveva cominciato
a toccare l'URSS. Era necessario dar libero sfogo alle energie
accumulate sotto la protezione dello Stato, ai soggetti economici
coltivati fin allora come in una serra e ora bisognosi di
svilupparsi autonomamente, senza più vincoli o condizionamenti
centrali. Ecco allora la "rottura" con la fase e
la forma precedenti - una "rottura" che, ancora
una volta. tutti i paesi borghesi hanno compiuto nella loro
storia: da una gestione centralizzata statale a una di cosiddetto
libero mercato (per poi tornare al dirigismo statale quando
la situazione economico-sociale lo richieda: si pensi al fascismo).
Ma,
allora, che cosa vuol dire davvero "comunismo"?
Non è stato il marxismo a scoprire i caratteri della
società comunista. Già prima del suo avvento,
"comunismo" significava "comunione dei beni":
cioè, messa in comune delle ricchezze sociali e razionale
amministrazione di una società che non conoscesse né
mercato, lavoro salariato, capitale, né classi sociali.
Inoltre, tutta una fase dell'esperienza umana s'era andata
svolgendo nel segno d'un "comunismo primitivo" (e
dunque limitato e condizionato da un bassissimo livello di
sviluppo delle forze produttive): lavoro in comune su terre
comuni e godimento in comune dei prodotti di questo lavoro,
come era successo agli albori della preistoria umana, prima
dell'apparire delle classi, della divisione del lavoro. della
proprietà privata.
Il
marxismo ha liberato il comunismo dalle scorie utopistiche
per presentarlo come il prodotto, non più della volontà
e dei sogni (i famosi "piani" degli utopisti Fourier,
Saint Simon, Owen), ma come conquista necessaria del movimento
reale della società. Il capitalismo infatti spinge
a fondo la divisione del lavoro e separa completamente il
lavoratore dai mezzi di lavoro (attrezzi, macchine) e dai
mezzi di sussistenza (alimentazione, alloggio). L'operaio,
diventato un senza-riserve (pensate, oggi, alle masse enormi
di senza-riserve africani e asiatici, presi nel vortice del
processo di capitalistizzazione di quelle aree!), deve ormai
passare attraverso il mercato per comprare i mezzi di sussistenza.
Per far ciò, deve vendere la propria forza-lavoro al
capitalista che si è accaparrato i mezzi di produzione
(e che può anche non esistere come persona fisica:
può essere una società anonima, o lo Stato)
e che, possedendo il prodotto del lavoro, intasca il grosso
della ricchezza creata dai lavoratori, ricchezza di cui questi
ultimi sono dunque legalmente spossessati. Di più,
il proletario può far vivere i suoi familiari solo
nella misura in cui le sue braccia continuano a essere utili
al capitale (pensate ad autentiche piaghe sociali come il
lavoro minorile, l'emigrazione, la prostituzione).
Questo
rapporto sociale sprofonda le grandi masse in una miseria
sempre più nera. Ma, aumentando fortemente la produttività
del lavoro e collegando tutte le unità produttive in
vaste concentrazioni alla scala mondiale, esso crea anche
la condizione (ma solo la condizione) per soddisfare i bisogni
umani e gestire unitariamente e internazionalmente le ricchezze
prodotte. Non vi è dunque da "costruire"
il socialismo (come se fosse un giocattolo Lego), ma da far
corrispondere il modo di appropriazione delle ricchezze (che
oggi è privato) al carattere già sociale (cioè
collettivo, comune) della loro produzione.
Soprattutto,
ed è la cosa più importante, mentre gli utopisti
volevano "introdurre" il comunismo predicando la
buona novella e si rivolgevano per questo ai governi o agli
imprenditori illuminati, il marxismo dimostra che il capitalismo
produce esso stesso i suoi becchini. Crea, con il proletariato
moderno, una classe che il capitale stesso tende a concentrare
e a unificare e che condanna a lottare per vivere; la sola
classe che, da quando è comparsa la società
divisa in classi, non abbia sotto di sé altre classi
da sfruttare e che dunque, liberando se stessa, non può
far altro che liberare l'intera umanità. La forza,
insomma, che è in grado di assicurare il parto, doloroso
e traumatico come tutti i parti, della nuova società.
Per
arrivare a ciò, la lotta della moderna classe operaia,
condotta sotto la guida del partito comunista (dotato di un
programma e di una strategia mondiali), deve spingersi fino
alla conquista del potere politico. Il proletariato instaurerà
allora la sua dittatura di classe per il tempo necessario
a schiacciare con il terrore qualunque tentativo di opposizione
delle classi vinte e ormai inutili, a concentrare nelle proprie
mani i mezzi di produzione e di scambio, a spezzare i rapporti
di produzione esistenti, a cancellare inerzie e abitudini
secolari.
Naturalmente,
la trasformazione comunista della società potrà
attuarsi in grande solo quando il potere internazionale del
proletariato sarà consolidato da una vittoria decisiva
nelle grandi fortezze imperialiste, veri e propri centri dell'economia
mondiale e gendarmi del pianeta. E, altrettanto naturalmente,
sarà necessario un certo periodo di tempo perché
dalle macerie della vecchia società una nuova generazione,
umana, nasca nelle condizioni del comunismo.
E
questo il fine del movimento di lotta che si chiama "comunismo"
e che non si fonda su un"'opinione fra le tante",
su un "progetto culturale", su uno "slancio
etico". In gioco non sono le banalità filistee
di "una maggiore giustizia sociale", di "una
migliore qualità della vita", di una "diversa
distribuzione della ricchezza": tutte frasi retoriche
che lasciano le cose esattamente come stanno perché
non toccano mai la natura profonda del sistema capitalistico.
In gioco è il trapasso storico da un modo di produzione
a un altro, come avvenne quando si passò dallo schiavismo
al feudalesimo, dal feudalesimo al capitalismo: ma con la
differenza sostanziale che, abolendo la divisione in classi,
il comunismo farà davvero uscire l'umanità dalla
preistoria dello sfruttamento, dell'oppressione, della distruzione.
Nella
società che si evolverà da questa trasformazione
(trasformazione che - ripetiamolo - è radicale, totale,
e non una fotocopia ingiallita del sistema precedente!), sarà
ormai inutile qualunque forma di dittatura, qualunque potere
politico statale, poiché le basi economiche della differenziazione
in classi sociali saranno scomparse. Ma, mentre la crisi rivoluzionaria,
la presa del potere, la dittatura proletaria sono tagli netti
e verticali, i cambiamenti di tipo economico-sociale sono
necessariamente più lenti e devono tener conto di tutta
una serie di situazioni particolari (per esempio, la disparità
dello stadio di sviluppo delle forze produttive). Dunque,
nel comunismo inferiore o socialismo, esisterà ancora
un certo grado di costrizione sociale che si manifesterà
soprattutto nella regola: "A ciascuno secondo il suo
lavoro". Il falso "socialismo reale" di ieri
pretendeva di veder realizzata questa regola nel... lavoro
salariato (quindi, in uno scambio "merce contro merce").
Il "comunismo inferiore" prevede invece l'introduzione
del buono di lavoro, uno scontrino che rappresenta un diritto
sui beni prodotti proporzionale al lavoro effettivamente prestato
da ogni produttore (dedotte le risorse destinate a soddisfare
bisogni sociali generali), e che non è denaro perché
non può essere né risparmiato né accumulato,
"non circola" (come invece fa il denaro).
Solo
quando si produrrà in quantità sufficiente potrà
scomparire ogni costrizione sociale e la società, entrando
nel comunismo superiore, potrà inscrivere sulla sua
bandiera: "Da ognuno secondo le sue capacità,
a ciascuno secondo i suoi bisogni". Non più sottomessa
alle cieche leggi economiche nascenti dall'anarchia del mercato,
l'umanità non la farà soltanto finita con le
crisi, le guerre sterminatrici, gli odii nazionali. Liberata
dall'oppressione del produrre per il profitto, della competizione
per i mercati, della produzione per la produzione, essa potrà
organizzare la produzione mondiale in maniera cosciente, secondo
un piano razionale che regolerà i rapporti finalmente
armoniosi tra produzione, consumo e popolazione, oggi sempre
più squilibrati dal gonfiarsi senza limite del capitalismo.
Potrà,
in particolare, dedicare efficacemente i suoi sforzi a risolvere
il problema cruciale dell'agricoltura e dell'alimentazione,
settori crudelmente trascurati dal capitalismo per la semplice
ragione che in essi il profitto è troppo esiguo. Per
riuscirvi, l'industria dei paesi "avanzati", costruita
con il sudore e il sangue di generazioni e generazioni di
tutti i continenti, sarà posta senza indugio al servizio
della modernizzazione dell'agricoltura dei paesi "arretrati",
senza contropartita (cosa impensabile sotto il capitalismo!).
Ciò contribuirà potentemente a colmare l'abisso
scavato dall'imperialismo tra le diverse razze e nazionalità
e ne favorirà la libera unione internazionale: il crogiolo
dal quale uscirà la società dell'umanità
finalmente unificata.
Non
più dominata dalle forze esterne e nemiche del capitale,
ormai padrona del proprio destino, la società comunista
da un lato sarà in grado di dominare anche le formidabili
forze che la scienza moderna ha saputo strappare alla natura
(ma che, nelle mani del capitale, diventano spesso tremendi
pericoli), e dall'altro potrà superare definitivamente
la paura, l'oscurantismo, la religione.
Diventando
razionale la produzione, cesseranno il saccheggio e la distruzione
della natura oggi perpetrati, e la divisione tra città
e campagna potrà essere via via superata attraverso
un'equilibrata ripartizione dell'attività produttiva
su tutta la crosta terrestre, eliminando così, grazie
a questi due fattori, la minaccia dell'inquinamento di ogni
genere. Si cesserà inoltre di dilapidare selvaggiamente
le risorse umane, perché l'umanità non sarà
più forza-lavoro per il capitale e la produzione potrà
essere messa al servizio dei bisogni dell'umanità.
Con la fine del capitale e del sistema salariato, e dunque
con la fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, non sarà
solo l'alternativa fra abbrutimento del lavoro e disoccupazione
crescente a essere distrutta. Il comunismo, infatti, farà
partecipare tutta la popolazione al lavoro sociale nella misura
delle capacità di ciascuno, il che suppone uno sforzo
diverso a seconda dell'età e quindi a esclusione dei
bambini e dei malati. La società potrà allora
- grazie alla diffusione dei procedimenti più moderni
strappati al monopolio della proprietà privata e all'eliminazione
di tutte le attività pericolose e inutili (dalla fabbricazione
delle armi alla polizia e alla contabilità in partita
doppia) - diminuire radicalmente il tempo di lavoro, fino
a limitarlo allo stretto necessario: forse meno di due ore
al giorno a scala mondiale, in base alla tecnologia attuale.
A
questa misura, che già la dittatura proletaria mette
al centro del suo programma, si accompagnerà l'eliminazione
dell'antitesi tra scuola e produzione e si porrà così
fine agli stupidi vaniloqui che passano oggi per il non plus
ultra della cultura. Allo stesso modo, si introdurrà
la completa
socializzazione dei lavori domestici, dalle pulizie all'educazione
dei bambini, strappando definitivamente la donna alla millenaria
schiavitù e all'inferiorità sociale di cui è
oggi vittima.
Questi
rivoluzionamenti delle condizioni di lavoro e di vita sopprimeranno
le basi dell'antagonismo fra i sessi e fra le generazioni,
particolarmente insopportabile sotto il capitalismo; e, a
loro volta, trasformeranno completamente i rapporti fra vita
collettiva e vita "privata" (la quale ultima oggi
esiste ormai solo per essere calpestata quotidianamente o
per venire spesso trasformata nella più abominevole
solitudine e miseria individuale). Anche i rapporti fra svago
e lavoro, e le stesse condizioni ambientali, saranno radicalmente
trasformati, e le generazioni che nasceranno libere dal giogo
del capitalismo potranno dedicarsi a ben altre questioni importanti,
avendo questa volta i mezzi per risolverle. La drastica riduzione
del tempo di lavoro, in particolare, non si limiterà
a sollevare l'umanità dalla fatica e dalle malattie
provocate dalla corsa sfrenata al profitto, ma permetterà
a tutti i produttori di partecipare all'attività intellettuale,
si tratti delle scienze naturali, della vita sociale, della
letteratura e dell'arte, che torneranno ad acquistare la dimensione
collettiva che avevano all'alba della preistoria umana. Saranno
allora realizzate le condizioni per superare definitivamente
la divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale, sulla
quale si sono sviluppate le classi sociali, e per farla finita
con l'abbrutente condanna a lavori ripetitivi e a specializzazioni
esclusive, il "mestiere" e la "carriera"
tanto incensati dall'ideologia borghese. Ogni membro della
società avrà a cuore la partecipazione anche
ai compiti ingrati ma necessari e potrà esercitare
le proprie capacità a favore della collettività
nei più diversi campi dell'attività sociale.
Con
la fine della divisione del lavoro, i compiti amministrativi,
anch'essi ormai ridotti e del tutto semplificati dall'eliminazione
del mercato e del valore di scambio propri del sistema capitalistico,
potranno essere ripartiti fra tutti i membri della società
e la sopravvivenza della macchina amministrativa separata
dalla popolazione (che è oggi uno dei fondamenti dello
Stato) avrà perduto ogni giustificazione. In una società
così fatta, da cui sarà definitivamente scomparsa
la guerra di tutti contro tutti e ogni forma di individualismo,
sarà pure scomparsa qualunque duratura opposizione
tra individuo e società. Nella società della
specie unita, la partecipazione allo sforzo collettivo sarà
divenuta il primo bisogno vitale, e il libero sviluppo di
ciascuno "la condizione del libero sviluppo di tutti".
E questo l'avvenire per il quale hanno combattuto intere generazioni,
per il quale milioni di proletari anonimi hanno già
versato il loro sangue, in una lotta che ha ormai toccato
tutti i continenti. È questo il comunismo.
"No,
questa è utopia!", esclamerà il nostro
interlocutore. Alt! Utopia è disegnare una società
ideale senza tener conto delle condizioni materiali perché
essa possa nascere e senza indicare la strada che le stesse
condizioni materiali tracciano per giungervi. È voler
raggiungere la Luna con l'aereo a pedali. Storicamente, ogni
problema si pone in maniera reale quando ci sono le possibilità
e le condizioni di una sua soluzione. Le possibilità
e le condizioni oggettive del comunismo sono già dentro
la società capitalista stessa: l'alto (fin troppo alto!)
livello raggiunto dai mezzi di produzione, la globalizzazione
del sistema economico, la presenza a livello mondiale d'una
classe di senza riserve. Bisogna lavorare alla costruzione
delle condizioni soggettive: il partito in grado di guidare
il processo rivoluzionario. Ma sia le condizioni oggettive
sia quelle soggettive sono ormai ben chiare ai comunisti,
non sono un mistero inestricabile o un articolo di fede!
D'altra
parte, è forse utopia la nostra che indica con chiarezza
l'obiettivo e i mezzi per raggiungerlo (organizzazione del
partito rivoluzionario, suo radicamento tra le masse a livello
internazionale, aumento delle contraddizioni economico-sociali,
ripresa generale della lotta di classe, scoppio della rivoluzione
diretta dal partito, presa del potere e instaurazione della
dittatura proletaria, interventi dispotici nell'economia per
introdurre un sistema economico radicalmente diverso)? 0 non
è piuttosto utopia quella di tutti coloro che, lasciando
immutato il sistema del capitale, del mercato, del profitto,
della merce, della competizione, si trastullano con progetti
di "sviluppo sostenibile" o di "commercio equo
e solidale", s'appellano alla coscienza degli uomini
di buona volontà per fermare guerre sempre più
frequenti e sanguinose, spediscono medicinali per risolvere
il dramma di carestie ed epidemie incessanti in regioni sconfinate
della terra, propongono di incrementare lo sviluppo dei paesi
arretrati per eliminare la tragica piaga dell'emigrazione
(mentre proprio l'impianto travolgente del sistema capitalistico
in quelle regioni, le sue necessità internazionali
e le sue tipiche crisi ricorrenti, sono all'origine di questo
tragico fenomeno)? Questa sì che è utopia, e
della peggior specie perché non è innocua: illude
milioni di persone e così contribuisce alla sopravvivenza
e al rafforzamento del sistema stesso che produce i malanni
di cui sopra.
"Già,
però questo 'comunismo' di cui parlate non c'è
da nessuna parte, lo dite voi stessi!". Davvero triste
il modo di pensare di chi ritiene possibile solo ciò
che già esiste e si rifiuta di lottare per qualcosa
che ancora non è, ma è possibile e anzi necessario.
E un po' come se i fratelli Wright non si fossero messi all'opera
per creare una macchina capace di volare, visto che... macchine
simili non esistevano da nessuna parte! Ciò che deve
ancora nascere non esiste ancora: è elementare. Anche
la società borghese non esisteva ancora, quando i primi
rivoluzionari borghesi si sono messi a combattere la società
feudale. E allora? Un'obiezione simile è proprio caratteristica
dell'assoluta passività, dell'ottundimento delle facoltà
mentali, indotti da un'ideologia che sbandiera a ogni secondo
che questo è "Il migliore dei mondi possibili".
Ed
è poi, come abbiamo già detto, un'osservazione
falsa. C'è stato un "comunismo primitivo"
che per il basso livello delle forze produttive ha dovuto
lasciare il posto alla società divisa in classi. C'è
stata l'esperienza della Comune parigina del 1871, che ha
mostrato come sia possibile riorganizzare in altro modo la
vita associata (e quali errori vadano evitati nel fare ciò).
C'è stata l'esperienza dei primi anni della Rivoluzione
d'Ottobre che ha mostrato la via lungo la quale bisogna incamminarsi
(e, di nuovo, in quali errori di strategia internazionale
non si deve cadere).
"Sì,
però, son centocinquant'anni di fallimenti" E
con ciò? Per arrivare a instaurare il proprio potere
su scala mondiale sconfiggendo il feudalesimo, la borghesia
ha impiegato circa cinquecento anni: dai primi tentativi dei
Comuni italiani fino alla Rivoluzione Francese del 1789 (e,
in certe aree del pianeta, anche fino a molto dopo!). Cinquecento
anni di gloriose battaglie, di sanguinose sconfitte, di lunghi
periodi di oscurità, di orgogliose impennate, e infine
di vittoria totale. Chi ci fa quell'obiezione farebbe meglio
ad abbandonare quella fretta immediatista che è tipica
dell'ideologia borghese del concludere al più presto
l'affare, ricordando che i comunisti lavorano per il futuro
della specie. Si legge in un nostro testo del 1965: "è
compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo
dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore
la classificazione in cui lo iscrisse l'anagrafe di questa
società in putrefazione, e vede e confonde se stesso
in tutto l'arco millenario che lega l'ancestrale uomo tribale
lottatore con le belve al membro della comunità futura,
fraterna nell'armonia gioiosa dell'uomo sociale" (Considerazioni
sull'organica attività del partito quando la situazione
generale è storicamente sfavorevole).
... e
che cosa vuol dire essere comunisti
Naturalmente,
questo è un discorso che, trattato per esteso, occuperebbe
pagine e pagine. Si tratterebbe infatti, in pratica, di riassumere
il "programma" del comunismo e dunque dovremmo rinviare
a tutti i nostri testi e alla nostra tradizione, esperienza
e attività di partito il lettore sinceramente interessato
a capire e desideroso di ritrovare la via della rivoluzione.
E qui, per motivi evidenti, non si può fare. Esistono
però alcuni punti-fissi che contraddistinguono nettamente
i comunisti rivoluzionari. Proviamo a vederli.
Essere
comunisti significa essere antidemocratici. La democrazia
è la forma della rivoluzione e del dominio borghesi.
Rivendicare l'uguaglianza di tutti gli individui è
stata un'arma potente per combattere la chiusura, rigidità
e gerarchia tipiche della società feudale. Ma la nuova
società uscita dalla rivoluzione borghese non ha mai
conosciuto l'uguaglianza, per il semplice motivo che si trattava
ancora di una società divisa in classi e dominata dall'imperativo
delle leggi economiche capitalistiche. L'uguaglianza era per
i borghesi, i proletari conoscevano solo la necessità.
Le
cose non sono cambiate con il passare dei secoli. La democrazia
resta anzi il miglior involucro per il dominio borghese: quello
che meglio illude i singoli individui d'essere liberi e padroni
del proprio destino, mentre forze materiali enormi li schiacciano
nell'obbedienza a leggi, ritmi, sviluppi e imprevisti che
sfuggono loro totalmente. Inoltre, da quando il capitalismo
mondiale ha raggiunto la fase imperialista (dominata dal capitale
finanziario e dai grandi blocchi di paesi dominanti), questa
democrazia si è sempre più svuotata - è
diventata una figura retorica che nasconde un'evoluzione sostanziale
di stampo sempre più centralizzato, autoritario, fascista.
Democrazia
e fascismo non sono infatti in reciproca opposizione, ma dialogano
fra loro con l'unica finalità di mantenere saldo il
dominio del capitale. È evidente che i comunisti non
sanno che cosa farsene d'un concetto come quello di democrazia,
che d'altra parte, fin nell'origine del termine, dimostra
la propria fondamentale ipocrisia. In greco, "democrazia"
significa infatti "potere del popolo, potere di tutti":
ma, proprio nella classica democrazia greca, da questo "potere
di tutti" erano poi esclusi gli schiavi, gli iloti, gli
stranieri. La democrazia non ha dunque nulla a che vedere
con il comunismo che, abolendo le classi, sarà la prima
vera attuazione dell'uguaglianza: non più per alcuni,
ma per l'intera specie umana.
La democrazia non serve ai comunisti né come prassi
interna di partito né come strumento di cui servirsi
per accrescere l'influenza del partito, né come strumento
del proprio Potere una volta sconfitta la borghesia. Il partito
comunista è un partito disciplinato, fondato sul centralismo
organico: vale a dire, il processo attraverso cui, esattamente
come in un organismo vivente, centro e periferia, organi direttivi
e organi esecutivi, sono strettamente e dialetticamente collegati,
perché agiscono tutti sulla base della conoscenza integrale
della teoria, del programma, della strategia, della tattica
di partito. E non hanno bisogno di accidenti democratici interni
per definire la propria gerarchia, che è frutto della
selezione naturale di compagni che lavorano tutti a un comune
obiettivo finale, senza privilegi, senza mire carrieristiche,
senza riconoscimenti formali o materiali.
D'altra
parte, i comunisti dichiarano apertamente i propri fini. Non
nascondono a nessuno che, un volta conquistato il potere,
essi lo eserciteranno in maniera dittatoriale, perché
questo è l'unico modo per compiere quell'operazione
chirurgica consistente nel farla finita con la vecchia società
- un'operazione chirurgica che sarà lunga, dolorosa
e complessa, perché secoli e secoli di dominio di classe
non scompaiono in un batter d'occhio. La resistenza della
classe vinta sarà feroce e le stesse abitudini e mentalità
alimentate da tutta la storia dell'individualismo e localismo
borghesi, della competizione e sopraffazione capitalistica,
eserciteranno un'inerzia tremenda. Solo quindi un partito
fondato su un sicuro programma e strettamente collegato alle
grandi masse operaie e di senza-riserve che per la prima volta
si risvegliano realmente alla politica potrà realizzare
in pieno la dittatura del proletariato - questa fase storica
di trapasso senza la quale per il comunismo (come nuova storia
della specie, e non di una classe privilegiata o di un manipolo
di sfruttatori) non c'è possibilità di vittoria.
Il
discorso sulla democrazia porta con sé una conseguenza
inevitabile. Essere comunisti significa essere antiparlamentari.
Per tutta una prima fase d'esistenza della società
borghese, il parlamento ha costituito una delle arene di lotta
per i comunisti. Di certo, non la più importante: fin
dagli inizi, ai comunisti era chiaro (si vedano le Tesi sul
Parlamentarismo della III Internazionale, 1920) che il parlamento
era soprattutto il luogo dell'illusione democratica, mentre
le vere, sostanziali decisioni relative alla vita economica-sociale
venivano prese fuori del parlamento. E credere che la classe
dominante (pronta a reprimere con la forza qualunque espressione
di classe organizzata dei lavoratori) fosse tanto ingenua
da affidare la propria sopravvivenza al responso dell'urna
era non solo un'ingenuità, ma un vero suicidio politico.
Ciò
non toglie che per tutta una prima fase i comunisti abbiano
giudicato utile usare il parlamento, esclusivamente come tribuna
da cui far sentire la propria voce e dimostrando nei fatti
l'antitesi tra lotta di classe e forme del potere borghese,
non importa quanto democratiche. Era una tattica che poteva
servire, non dimenticando che la reale arena di scontro fra
borghesia e lavoratori era fuori del parlamento: nelle fabbriche,
nelle strade, nelle piazze.
Utile
per i paesi di giovanissima democrazia o per quei paesi in
cui stava verificandosi il trapasso da feudalesimo a capitalismo,
questa tattica diventava però del tutto inutile e anzi
dannosa in quei paesi abituati da secoli alla democrazia,
in cui il parlamentarismo era ormai solo una droga potentissima
per addormentare la volontà di lotta delle grandi masse.
Nella fase imperialistica, si è poi completato il processo
per cui le vere decisioni economico-sociali vengono discusse
e decise da organismi del tutto separati da quelli della politica
rappresentativa: le banche, la Confindustria, il Fondo Monetario
Internazionale, ecc. - sono questi i veli organi del dominio
borghese, che rappresentano gli interessi generali e internazionali
del capitale, assoggettando a sé i singoli Stati e,
via via, i singoli governi e parlamenti nazionali e parlamentini
locali.
A
questo punto, la parola d'ordine dei comunisti può
solo essere, ancor più nettamente, antiparlamentarista
e antielezionista. D'altra parte, le modalità stesse
delle elezioni (la loro frequenza ormai ossessiva. il costo
mostruoso di ogni tornata elettorale, il polverone televisivo
che sollevano, la paralisi di ogni attività rivendicativa
e politica che esse impongono) sono la dimostrazione migliore
della loro funzione: ingabbiare le energie proletarie, sviarle
dal terreno della lotta di classe, illuderle di poter contare
una volta ogni tanto. Noi diciamo invece: fuori da queste
illusioni, per tornare a una visione ampia della lotta politica,
fuori dalle secche frustranti di appuntamenti inutili per
i lavoratori, ma utilissimi per la classe che li sfrutta!
Essere
comunisti significa essere antilocalisti e antifederalisti.
Localismo e federalismo sono due concetti squisitamente borghesi
(se non addirittura pre-borghesi, feudali). Appartengono a
una fase storica circoscritta nel tempo, in cui la struttura
economica era ancora organizzata a isole, con soggetti economici
separati e indipendenti, ancora in grado - visto il limitato
sviluppo delle forze produttive - di interagire entro cerchie
ristrette. Ma, da quando il capitalismo s'è affermato
su larga scala (e in particolare da quando ha imboccato la
via senza ritorno dell'imperialismo), questa fase è
stata definitivamente superata. E localismo e federalismo
sono diventati altre tremende illusioni, autentici miti paralizzanti.
In
economia e in politica, la scena mondiale è dominata
dai grandi colossi, spinti tendenzialmente a divorare i piccoli
e a invadere ogni angolo del pianeta. Il capitale è
penetrato ovunque e la globalizzazione del mercato è
ormai una realtà decennale. Pensare di tornare ad aprire
sentieri di indipendenza e autonomia appartiene alla cecità
del piccolo borghese terrorizzato da quanto gli succede intorno,
che non capisce e preferisce non capire e lasciarsi cullare
dall'illusione di poter condurre, in gelosa autonomia, la
propria bottega, i propri affari. Significa credere di poter
far girare all'indietro la ruota della storia, con l'accordo
passivo di tutte quelle mostruose forze economiche che spingono
invece verso la globalizzazione e la centralizzazione. Significa
credere, per esempio, che un Meridione fiscalmente ed economicamente
autonomo (ma come?) dal Settentrione non sia destinato inevitabilmente
a dipendere, fiscalmente ed economicamente, dal Settentrione.
Significa immaginare, per esempio, che quella del "piccolo
è bello" possa essere una situazione statica,
mentre è il continuo movimento e sommovimento a caratterizzare
il capitale, la cui legge fondamentale è quella di
crescere, non di rimanere piccolo. Siamo, qui davvero, nel
campo della totale utopia!
Essere
comunisti significa essere antinazionali. La sistemazione
in nazioni ha costituito la forma storica dell'avvento al
potere della classe borghese. Entro confini disegnati da lunghe
e complesse vicende, la classe dominante nazionale poteva
svolgere il proprio ruolo economico-politico, in un rapporto
dialettico (di volta in volta, pacifico commercio o scontro
armato) con altre classi dominanti nazionali. Facendo leva
sul mito della "nazione una e indivisibile", la
classe dominante ha alimentato l'inganno che missione storica
dei proletari fosse quella di identificarsi con la nazione
(il suo Stato, la sua economia), difendendola a spada tratta
ogni volta che fosse minacciata.
Fin
dal 1848, i comunisti hanno messo a nudo quest'inganno. La
sistemazione nazionale era un importante passo avanti rispetto
allo spezzettamento feudale, ma aveva tutte le stimmate del
dominio borghese. Una volta esaurita la fase delle lotte rivoluzionarie
nazionali contro i vecchi regimi, i proletari non avevano
più nulla da spartire con essa. Essi erano (e a maggior
ragione sono nell'epoca dell'imperialismo, dell'ormai completa
penetrazione del capitalismo in ogni area del pianeta, dell'emigrazione
di massa) senza patria.
D'altra
parte, non solo il comunismo come sistema economico-sociale
è per sua essenza (l'abbiamo già dimostrato)
internazionale, insofferente di ogni limitazione geografica;
ma lo stesso capitalismo come sistema economico-sociale, pur
esaltando di continuo i miti della nazione e facendo leva
su di essi ogni volta che sia necessario al fine di guerre
e contrasti inter-imperialistici, è ormai giunto a
uno sviluppo sovranazionale: proprio questa contraddizione
fra livello internazionale raggiunto dalle forze produttive
capitalistiche e orizzonte nazionale del discorso ideologico
borghese è uno dei limiti invalicabili che rendono
necessaria la morte storica del capitalismo.
Ma
essere antinazionali non significa solo essere antipatriottici,
rifiutare cioè di cadere nell'equivoco dell'esaltazione
e difesa di una "patria nazionale" che per i proletari
non esiste. Significa anche riconoscere apertamente che lo
Stato, che su quei confini nazionali è stato costruito,
non è altro che la macchina che difende gli interessi
della classe dominante. non dunque un organismo al di sopra
delle classi, una sorta di "buon padre" che amministra
imparzialmente la vita sociale ed economica della collettività,
ma - come avvenne storicamente per ogni Stato (e come sarà
anche per lo "Stato della dittatura proletaria")
- uno strumento di coercizione di classe. Solo con il comunismo,
e dunque con l'abolizione delle classi, scomparirà
l'esigenza di tale strumento di coercizione, perché
allora l'umanità non ne avrà più bisogno.
Ma
essere antinazionali significa anche non cadere nell'inganno,
oggi particolarmente insidioso e diffuso, secondo cui l'economia
nazionale sarebbe "l'economia di tutti" L'economia
nazionale è l'economia del capitale e non esistono
interessi comuni fra capitale e lavoro. Se aumentano produzione
ed esportazione, a goderne è il capitale, e certo non
il lavoratore, che paga quegli aumenti con pena e fatica accresciute.
Se aumentano il PNL o la competitività delle merci
nazionali, ciò non si traduce in un miglioramento delle
condizioni di vita e di lavoro della massa proletaria, perché
i profitti non vengono graziosamente distribuiti, ma reinvestiti
nel processo produttivo a esclusivo vantaggio del capitale.
Inchinarsi alle "esigenze superiori dell'economia nazionale"
e accettare di compiere sacrifici in suo nome significa insomma
ammettere passivamente la propria subordinazione alle necessità
della classe al potere. Non solo: significa anche, un domani
in cui quelle esigenze lo richiedano, accettare di schierarsi
in guerra contro proletari di un altro paese, ingannati allo
stesso modo.
La
posizione antinazionale dei comunisti implica infatti anche
una posizione netta e decisa nei confronti di tutte quelle
guerre che scaturiscono inevitabilmente dalla fase imperialistica
del capitalismo. In questa fase, le guerre (non importa se
combattute in nome della Nazione e della Patria, della Libertà
e dell'Umanità) non hanno più l'obiettivo di
spazzar via residui di sistemi economico-sociali superati
o di affermare un ideale eticopolitico su un altro. Punto
d'arrivo inevitabile di tutto un ciclo economico (boom, saturazione,
crisi), esse hanno l'unico obiettivo di distruggere quanto
si è prodotto in eccesso (merci ed esseri umani), perché
quel ciclo infernale possa riprendere da capo. I comunisti
sono dunque contro di esse perché rappresentano l'espressione
più cruda della putrefazione che s'è ormai impadronita
d'un sistema economico e sociale moribondo.
Ma
i comunisti non sono contro le guerre in nome di un generico
pacifismo: il pacifismo è (ed è sempre stato)
impotente a fermarle e, proprio perché fondato su un"'opzione
morale", s'è sempre trasformato in "interventismo"
ogniqualvolta la propaganda bellicista di uno Stato o dell'altro
abbia sufficientemente suonato la grancassa della "barbarie
del nemico" o del "cattivo" di turno. D'altra
parte, i comunisti non possono essere pacifisti o non-violenti,
perché sanno bene che il trapasso da un sistema economico-sociale
all'altro non può avvenire pacificamente, dovrà
essere un violento "assalto al cielo". E dunque
combattono i miti paralizzanti del pacifismo e della non-violenza,
ricordando ai proletari che non devono cadere nell'inganno
di guerre combattute nell'interesse altrui, ma devono riservare
le proprie energie e il proprio sangue per l'unica guerra
che li interessi: quella rivoluzionaria per il comunismo.
"Mi
sembra di capire", dirà allora il nostro solito
interlocutore, "che per voi è necessario concentrare
le energie del Partito nella preparazione politica, teorica,
pratica della soluzione estrema, della rivoluzione e della
dittatura proletarie... Ma, intanto, gli operai, i proletari,
vanno abbandonati a se stessi nelle lotte quotidiane di difesa
delle condizioni di vita e di lavoro? o addirittura queste
lotte sono inutili?"
Nient'affatto!
Non saremmo comunisti, se dicessimo che quelle lotte sono
inutili o che non importano al Partito che lavora per la rivoluzione!
È invece proprio in quelle lotte che la classe oppressa
prende a poco a poco coscienza della necessità della
finale battaglia rivoluzionaria. Dunque, l'intervento nelle
lotte rivendicative e negli organismi nati dal loro seno (gli
stessi sindacati ufficiali o altri organismi autonomi) per
imprimer loro un orientamento classista è parte essenziale
del compito del Partito, è parte integrante del suo
bagaglio storico, della sua mai interrotta tradizione.
A
questo punto, si pone di nuovo il quesito che Lenin aveva
posto nel 1903: che fare?
Che fare?
La
domanda si pone oggi con urgenza ancor più drammatica
di quando se la poneva Lenin, nel 1903, scrivendo l'opuscolo
omonimo. Quella era infatti un'epoca di scioperi grandi e
vigorosi e se ancora mancava il partito rivoluzionario esisteva
però una generazione di militanti di grande esperienza
da selezionare, indirizzare e inquadrare in un'organizzazione
politica di lotta. Oggi, la classe operaia subisce il peso
mortale delle illusioni riformiste, delle teorie bastarde
sul "post-industriale", sulla "telematica e
automazione come fase nuova della storia", sulla "scomparsa
della classe operaia", e, più in generale, della
controrivoluzione staliniana. Per i comunisti internazionalisti,
è quindi evidente che si tratta di ricominciare pressoché
da capo: sulla base però di un enorme patrimonio teorico-strategico
e di un grande bagaglio di esperienze pratiche.
É
chiaro che per noi il punto centrale, quello intorno a cui
ruota tutto, è la riorganizzazione del partito a livello
internazionale. Se non si lavora a quest'obiettivo, qualunque
lotta, anche coraggiosa, anche - in date situazioni storiche
- eroica, è destinata al fallimento. E la classe operaia
mondiale esce da troppi decenni di tragiche sconfitte per
imboccare di nuovo una strada destinata al fallimento.
Riaffermare
e diffondere il programma del marxismo rivoluzionario è
nostro compito primario: ma ciò si può fare
solo nell'ambito di una più ampia e generale attività
che, inevitabilmente, è di partito. Non esistono su
questo piano né divisioni del lavoro ("noi ci
occupiamo di rendere conosciuta la teoria marxista, voi...
né stadi successivi ("prima ristabiliamo la corretta
teoria marxista, poi...). Ragionare in questo modo significa
ragionare in maniera del tutto non materialista, significa
essere fuori del marxismo, perché il marxismo non è
una filosofia o un'opinione, ma un'arma di battaglia, lo strumento
grazie al quale è possibile dirigere l'attacco a un
modo di produzione ormai superato e, attraverso la dittatura
del proletariato, fare entrare finalmente l'umanità
nella società senza classi.
Quest'organizzazione
a livello mondiale oggi non esiste. Bisognerà dunque
indirizzare i nostri sforzi affinché il piccolo nucleo
militante che siamo oggi diventi una struttura davvero internazionale
e internazionalmente operi da partito. Chi s'avvicina a noi
comprenderà bene come questo bisogno d'internazionalismo
non possa restare frase retorica o aspirazione sentimentale.
Esso deve disporre di cuore e cervello, di gambe e braccia,
per divenire infine realtà.
Per questo, il concetto e la pratica dell'internazionalismo
sono al centro della nostra attività teorica e pratica,
di propaganda e di proselitismo. Proprio su questo terreno,
negli ultimi decenni, la classe operaia mondiale ha subito
la sconfitta più cocente: dalla bastarda teoria del
"socialismo in un solo paese" alla proclamazione
delle "vie nazionali al socialismo", fino a tutti
gli episodi di "guerre fra i poveri" o di artificiose
contrapposizioni fra settori d'una classe che può essere
vittoriosa solo se è unita.
É
chiaro d'altra parte che questa diffusione internazionale
può avvenire solo sulla base della più rigorosa
accettazione del marxismo e delle nostre tesi classiche. Il
partito non si forma accorpando insieme gruppi diversi, ma
attraverso un processo di selezione di elementi di avanguardia
che comprendono l'inutilità delle strade precedenti
e l'inevitabilità della nostra. Niente pateracchi o
arlecchinate, niente arcobaleni o cespugli, dunque, specie
in una fase come questa di bassissimo potenziale rivoluzionario;
ma adesione individuale al nostro programma di partito.
La
difesa della teoria sarà ancora e sempre nostro compito
primario, sia nella riorganizzazione del partito a livello
mondiale sia nell'attività quotidiana, di partecipazione
alle lotte, di propaganda e di proselitismo. Senza questa
difesa (che vuol dire tornare all'ABC del marxismo per quanto
riguarda ogni episodio, grande o piccolo, della vita sociale),
cadremmo in uno sterile attivismo, in un caleidoscopio di
azioni senza progetto: annegheremmo nel "fare oggi"
svincolato da qualunque prospettiva di sviluppo rivoluzionario.
E renderemmo un ben misero servizio a una classe operaia fin
troppo martoriata dagli effetti disastrosi di un concretismo
e pragmatismo privi di principi che s'illude (e, quel che
è peggio, illude) che la via rivoluzionaria non sia
altro che un bruto accumulo di azioni, interventi, volantinaggi.
Per
noi, difesa della teoria significa: analisi del reale alla
luce del marxismo, critica dell'ideologia dominante, demistificazione
di tutte le posizioni che si dichiarano comuniste essendo
invece ben lontane dal comunismo, preparazione politica dei
militanti all'interno d'un lavoro collettivo di partito, indirizzamento
delle lotte operaie e partecipazione a esse là dove
ci sia possibile, irrobustimento, radicamento e diffusione
dell'organizzazione-partito.
Da
questo punto di vista, il nostro giornale deve essere sempre
più quell'organizzatore collettivo di cui parlava Lenin
nel Che fare? Il giornale comunista deve essere nello stesso
tempo uno strumento per formare i militanti, un punto di riferimento
per la classe nelle sue battaglie quotidiane, uno specchio
della vita pulsante del partito. È anche per questo
che il nostro giornale non reca firme: le posizioni che esprime
non sono frutto dell'opinione personale dei singoli, ma patrimonio
collettivo, e come tale il lettore deve percepirlo e farlo
proprio - contro tutte le misere abitudini individualistiche
e personalistiche che caratterizzano invece (e non a caso)
il mondo dei media borghesi.
Ma
questa difesa della teoria s'accompagna necessariamente a
un impegno serio e costante di lavoro a stretto contatto con
la classe, nei limiti che le nostre forze ci permettono. Ora,
questo lavoro a contatto con la classe è tutt'altro
che semplice, e dunque non può essere impostato a tavolino
in maniera volontaristica. Esso è costretto a tener
conto dei disastri combinati in seno al proletariato da stalinismo
e democrazia, delle trasformazioni prodottesi nel tessuto
economico-industriale sotto la pressione di ormai venticinque
anni di crisi, del senso di disillusione e isolamento in cui
sono cadute intere generazioni di lavoratori, delle tentazioni
spontaneiste e individualiste che i periodi di smarrimento
inevitabilmente producono.
Niente
illusioni, niente scorciatoie, dunque. Dev'essere anzi chiaro
che qualunque prospettiva di ripresa classista dovrà
passare attraverso la riconquista di alcuni contenuti fondamentali.
E che sarà questa riconquista l'unico perno possibile
intorno a cui far ruotare - anche se non nell'immediato -
la rinascita di organismi di difesa delle condizioni di vita
e di lavoro e, grazie a essi, la resistenza operaia agli attacchi
del capitale.
Quali
sono questi contenuti fondamentali?
a.
Respingere il ricatto delle compatibilità. Come abbiamo
detto, l'economia nazionale non è un bene comune. Imporne
ai lavoratori la difesa a oltranza, come è stato fatto
con gli accordi sindacato-governo-confindustria del '92-'95
(solo per restare in tempi recenti: ma la storia è
ben più lunga), significa solo maggiore sfruttamento,
peggioramento delle condizioni di vita, intensificazione dei
ritmi, mobilità e precarietà, moltiplicazione
degli infortuni sul lavoro, riduzione del salario reale, accresciuta
distruzione dell'ambiente, e un'ulteriore accumulazione di
contrasti interimperialistici, destinati prima o poi a sfociare
in una nuova guerra mondiale.
b.
Respingere ogni ingabbiamento delle lotte operaie. Da decenni,
la prassi sindacale è stata da un lato di disperdere
le energie dei lavoratori (microconflittualità, articolazione
delle lotte per reparto, fabbrica, zona cittadina, regione
o settore, limitazione preventiva dello sciopero nello spazio
e nel tempo, obiettivi devianti come la difesa dell'economia
nazionale, della democrazia, della legalità, ecc.);
dall'altro, di contribuire attivamente al loro ingabbiamento
(autoregolamentazione, irrigidimento delle strutture sindacali,
emarginazione e denuncia dei lavoratori combattivi, ecc.).
Tutto ciò va combattuto non in nome di un'ingannevole
democrazia sindacale (che è una parola vuota, visto
l'indirizzo irreversibilmente anti-operaio imboccato da mezzo
secolo dai sindacati di regime), ma in nome di un'autentica
ripresa della lotta di classe, che deve tornare a essere la
più ampia e vigorosa possibile. Lo sciopero, il picchetto,
il blocco della produzione, la dimostrazione operaia, ecc.,
sono armi dei proletari: e nessuno deve potergliele strappar
di mano, per renderle inefficaci o rivolgerle contro di loro.
c.
Respingere ogni divisione interna alla classe. Tra gli effetti
devastanti della controrivoluzione e della prassi di partiti
e sindacati opportunisti, vi è quello della frantumazione
del fronte di classe e, di conseguenza, del diffondersi di
ideologie localiste e federaliste, dell'ostilità, diffidenza
e competizione fra operai, dell'individualismo esasperato.
Tutto ciò, invece di costituire una via di salvezza
per il singolo o per dati settori, conduce solo a sconfitte
sempre più disastrose. La classe operaia può
sperare di resistere oggi all'attacco che le sferra il capitale,
e di passare domani al contrattacco, solo ritrovando la sua
unità intorno a obiettivi e metodi di lotta classisti,
solo riconoscendosi (e dunque agendo) non come somma informe
di individui ma come classe, contro tutti i tentativi di frantumarla
e dividerla. E come classe deve tornare a lottare contro le
gabbie salariali, i licenziamenti, la mobilità, la
diversificazione per età e sesso, il lavoro nero e
tutte le forme di precariato, il mito della professionalità,
il federalismo, il localismo, il razzismo, e tutti quei rapporti
di lavoro che mettono lavoratori contro lavoratori, uomini
contro donne, giovani contro anziani, operai "nazionali"
contro operai immigrati.
d.
Rifiutare ogni attacco alle condizioni di vita e di lavoro.
Il capitale in crisi è costretto a rivolgere un violento
attacco alla classe lavoratrice (e anche a larghi strati di
mezze classi che finora si illudevano d'essere al sicuro da
brutte sorprese). La classe deve resistere a quest'attacco
e respingerlo, e può farlo solo tornando a imboccare
una via classista e riconquistando un'unità su questa
base. Ma altri attacchi seguiranno, altri tentativi di scaricare
sugli operai gli effetti di una crisi che non è il
risultato di cattiva gestione, di disonestà privata,
di egoismo personale. Questi tentativi prenderanno di necessità
forme diverse, alcune più dolci e subdole, altre più
dure ed esplicite. I lavoratori devono dunque prepararsi a
una lotta i cui risultati saranno per forza precari, le cui
vittorie potranno essere immediatamente rimesse in discussione,
le cui conquiste non avranno nulla di duraturo. Quella che
la classe deve condurre è una lotta di resistenza quotidiana,
senza cadere nell'illusione che sia possibile tornare a una
preesistente situazione di pace e di idillio (che non c'è
mai stata: le garanzie e i privilegi di cui certi strati di
lavoratori hanno goduto sono stati pagati dalla grande massa,
hanno voluto dire lo sfruttamento spietato di altre aree del
pianeta e l'avanzata distruzione dell'ambiente...).
I
lavoratori non devono lasciarsi sviare da falsi obiettivi.
Devono lottare oggi per la propria sopravvivenza fisica, e
rivendicare:
-
Forti aumenti salariali, maggiori per le categorie peggio
pagate (i salari sempre più magri non consentono di
sostenere nuclei familiari minacciati da vicino dalla disoccupazione
presente o futura, l'assistenza medico-sanitaria-ospedaliera
si è fatta più precaria e al tempo stesso costosa,
è cresciuto il peso di affitti, luce e gas, trasporti,
tasse di varia natura...).
-
Forti riduzioni dell'orario di lavoro. La pena del lavoro
fra mobilità e straordinari cresce ogni giorno di più,
come crescono in maniera drammatica gli incidenti direttamente
legati all'aumento della produttività e al risparmio
sulle misure di tutela e prevenzione: lottare per la riduzione
dell'orario di lavoro non vuol dire cullarsi nell'illusione
che ciò possa riassorbire la disoccupazione, ma operare
per alleviare quella pena, allentare la tensione cui sono
sottoposti milioni di lavoratori, ricostruire una forza psico-fisica
che attualmente viene gravemente intaccata al solo fine di
trarne profitti per il capitale - significa insomma lottare
anche per ricostruire una propria identità di classe.
Da
quanto detto, derivano due considerazioni fondamentali. Chiunque
affermi che la lotta economica (di difesa delle condizioni
di vita e lavoro) è superata si pone fuori del solco
classista, fa solo della demagogia pseudo-estremista. Noi
sappiamo (tutti i lavoratori devono sapere) che, nel regime
del capitale, ogni conquista strappata oggi con la lotta è
destinata a essere persa di nuovo domani, fino a che quel
regime non venga una volta per tutte rovesciato. Tuttavia,
proprio Lenin nel Che fare? dimostra come la lotta di difesa
economica, immediata, sia il gradino necessario per cominciare
a salire la scala che porterà la classe a rendersi
conto dell'inevitabilità dello scontro supremo. Senza
quel gradino (che è compito del partito consolidare
e rendere fondamento comune a tutta la classe, mostrando al
contempo la necessità di salire via via gli altri gradini)
non c'è futuro. La lotta economica è la scuola
di guerra del proletariato, diceva Lenin: tale deve tornare
a essere.
Da
ciò deriva l'altra considerazione: organismi di difesa
economica dovranno necessariamente rinascere e dovranno essere
il più possibile larghi e aperti, proprio per contrastare
quella tendenza alla divisione e alla frammentazione, alla
chiusura e al ripiegamento, che rappresenta la carta vincente
in mano al capitale. Dovranno cioè tornare a essere
gli strumenti della lotta operaia, le strutture in grado di
organizzarla e centralizzarla, il vitale tessuto intermedio
tra la classe e il partito politico rivoluzionario.
Esistono
oggi questi organismi? I sindacati attuali stanno completando
la parabola (da noi individuata fin dall'immediato dopoguerra)
di progressiva integrazione nello Stato del capitale, fino
a essere divenuti vere e proprie strutture portanti. Le risposte
operaie a quest'andazzo non sono mancate, e gli ultimi vent'anni
hanno visto la nascita di innumerevoli sigle e tentativi più
o meno abortiti: i loro limiti, come abbiamo più volte
denunciato, sono le diffuse inclinazioni e tentazioni federaliste
e autonomiste, la chiusura entro ottiche di settore, la mania
e il formalismo democratici, che rendono questi organismi
(spesso generosi per dispendio di energie) fragili e provvisori,
incapaci di darsi una struttura unitaria e centralizzata,
troppo inclini a prese di posizione demagogiche o velleitarie,
che finiscono spesso per suscitare altri elementi di divisione
e confusione entro la classe: debolezze che sono il riflesso
della situazione operaia odierna.
I
comunisti internazionalisti, i proletari coscienti e desiderosi
di porsi su un terreno di classe, condurranno una lotta aperta
e decisa contro le forme e i contenuti del sindacalismo di
regime e sottoporranno a dura critica le tendenze negative
degli organismi nati dalla disillusione o dalla nausea per
quel sindacalismo. Ma lavoreranno sia nei sindacati (fin quando
la loro presenza non diventi impossibile ed essi non ne vengano
cacciati: e allora dimostreranno a chiare lettere ai lavoratori
iscritti come il sindacato si comporti in maniera anti-operaia)
sia negli organismi spontanei (operando perché superino
i limiti vistosi di cui soffrono). Lavoreranno cioè
là dove è la classe operaia: non per seguirla
ma per indirizzarla, non per adeguarsi alla prassi di sindacati
od organismi spontanei, ma per reagirvi e aiutare i lavoratori
a reagirvi. Di nuovo, al centro di qualunquestrategia e prima
di ogni altra cosa devono tornare a essere, non le forme,
ma i contenuti.
Solo
così sarà possibile contribuire effettivamente
alla ripresa della lotta di classe e, con essa, alla rinascita
di organismi sindacali non succubi dello Stato del capitale.
Solo così sarà possibile tornare a far vivere
dentro a una classe in lotta la prospettiva del partito rivoluzionario,
della rivoluzione proletaria, del comunismo. Mai come oggi
di questa prospettiva la classe operaia mondiale ha drammaticamente
bisogno.
Per concludere
Giunti
al termine di questa esposizione (che ovviamente non poteva
pretendere di esaurire tutte le questioni), ci auguriamo di
aver convinto il nostro ipotetico interlocutore. Non vogliamo
però lasciarlo senza aver prima ribadito due concetti
basilari per chiunque voglia avvicinarsi seriamente al comunismo
rivoluzionario.
Il
primo di questi concetti è che "le rivoluzioni
non si fanno, ma si dirigono". Le rivoluzioni irrompono
dal sottosuolo sociale quando le condizioni materiali le rendono
possibili e necessarie, e non c'è volontà di
singoli o di gruppi che possa accelerare o modificare questo
processo. Ma, senza una guida e una direzione, le enormi energie
sociali che si sprigionano dal sottosuolo sociale finiscono
per disperdersi "come il vapore non racchiuso in un cilindro
a pistone" (Trotsky, "Prefazione" alla Storia
della rivoluzione russa, 1930).
Il
secondo concetto, strettamente legato al primo, è che
"Il partito può aspettare le masse, ma le masse
non possono aspettare il partito". Ancora Trotsky ricordava
infatti che "Le masse non sono mai esattamente identiche:
vi sono masse rivoluzionarie; vi sono masse passive; vi sono
masse reazionarie. Le medesime masse sono, in periodi diversi,
ispirate da propositi e obiettivi diversi. È appunto
per questa ragione che è indispensabile un'organizzazione
centralizzata dell'avanguardia" (Moralisti e sicofanti
contro il marxismo, 1939).
Il
partito è dunque l'elemento di continuità nel
lungo processo di preparazione e poi di scatenamento della
rivoluzione. Nei periodi bui e controrivoluzionari, quando
le masse sono "passive" o addirittura "reazionarie",
esso lavora controcorrente, nella consapevolezza che sono
le leggi stesse del divenire sociale a preparare la futura
eruzione. E, quando questa si verifica, quelle masse, ridestatesi
alla prospettiva rivoluzionaria, devono trovare, già
esistente, già attiva, la propria guida, il proprio
"cilindro a pistone". Troppe volte nella storia,
le masse si sono risvegliate dal torpore e dal letargo ritrovandosi
però sole sulla scena del dramma. E il dramma è
diventato allora tragedia.
Verso
la fine d'uno dei suoi romanzi più emblematici (Casa
desolata, del 1853 - il lungo travaglio d'una causa legale,
contro lo sfondo di un'Inghilterra dominata dal denaro, dai
titoli di proprietà, dalla nuova tecnologia trionfante),
il romanziere inglese Charles Dickens scriveva: "...
ci fu un sussulto nella folla e tutti cominciarono a uscire
a fiotti trasportando un odore di chiuso. [ ... ] e subito
mucchi di carte incominciarono a essere portati via mucchi
in sacchi, mucchi troppo grossi per entrare nei sacchi, immense
masse di carte di tutte le forme e senza forme sotto le quali
i portatori vacillavano. [ ... ] Domandammo a una persona
in toga se la causa si fosse conclusa: 'Sì', disse,
'è terminata finalmente!', e scoppiò a ridere
anche lui".
Per
questo lavoriamo noi, piccolo partito che lotta contro corrente.
Perché si possa dire un giorno, ridendo: "E terminata
finalmente!", e si passi quindi dalla preistoria della
società umana alla sua storia. E non c'è passione,
non c'è devozione, non ci sono energie rivolte a questo
fine, che possano dirsi sprecate.
Dicembre
1995
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